Il tram, finalmente sentirsi normale

È arrivata la nuova Ottobock e io la guardo come se fosse la cosa più bella al mondo. Quando sono andata a provarla ero un po’ preoccupata perché le botte del terreno si sentono di più. Mi hanno detto che è normale, perché è nuova, ma con il tempo ammortizzerà. Ho sorriso. C’è una cosa che ho capito della vita: alcuni colpi li sentirò sempre, quindi ho preso l’abitudine di lamentarmi il meno possibile. Perché di gente che si lamenta ce n’è finché vuoi e hanno tutto il diritto di farlo. In tram, poi, si sente parlare di crisi più che sul giornale. Qualcuno mi parla, dice che il lavoro non c’è, che l’Italia fa schifo e mi chiede io come faccio. Già la domanda “Come fai?” è la più frequente da parte degli sconosciuti. Come faccio ad alzarmi la mattina, ad andare a lezione senza pulmino e altro. Prendo il tram. Ma ci riesci? Sei sicura? Ti ho detto di sì. Ho scelto di ignorare i rompipalle e concentrarmi su tutta la gente che cerca di aiutarmi. La migliore è stata una vecchietta l’altroieri alla fermata di Piazzale Cuoco: ha visto un annuncio riguardo a un cane smarrito e mi ha guardata, borbottando: “Ecco, l’hanno fatto apposta a perderlo! Sono gli stessi che poi l’avrebbero abbandonato in autostrada.” Mamma mia, quanta fiducia nell’umanità. Forse sono io stupida ad averne ancora, ma subito dopo mi sono ricordata della signora nella macchina rossa. Pioveva a dirotto e io ero fradicia, lei si è accostata e mi ha regalato un ombrello. Da quel giorno per me quello è stato più di un ombrello, è stato un faro di speranza. Ho scelto il tram, perché è l’unico mezzo di trasporto dove posso conservare una parvenza di normalità, non devo dire all’autista di fermarsi perché ci sono anch’io. Io, che sono sempre stata abituata a uscire dall’entrata, entrare dall’uscita, seguire percorsi alternativi, andare in bagni alternativi, io, abituata ad aprire la fila o chiuderla, mai a stare nel mezzo, vedo il tram e mi pare un sogno. Ricordo un giorno, quando dovevo andare all’Arcella e sono stata costretta a ritornare a casa perché l’autobus che sostituiva il tram aveva un palo in mezzo alla porta. Allora la rabbia mi ribolliva in corpo, ho urlato e mi sono trasformata nel vendicatore mascherato, ma mi è bastato un pomeriggio per capire che i panni del vendicatore non facevano per me. Ho scelto, quando passo per il Prato della Valle, di smettere di guardare il cellulare e di osservare la Piazza come se fosse la mia nuova Ottobock, come non fossi mai stata a Padova e non avessi mai visto nulla del genere. Ho scelto di ricordarmi com’era uno dei muri del parcheggio del Porto Astra. Ora hanno messo dei disegni con dei fumetti, non sarebbe male, se non fosse che qualche idiota ci ha aggiunto una svastica. Ma prima, prima c’era una frase di De André. In un vortice di polvere gli altri vedono siccità, a me ricorda la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa. Ecco come ho fatto, sconosciuto che ti interessi di me, ho scelto di andare controcorrente. Quasi tutte le volte che sceglievo il contrario, sbagliavo, compravo cose che di lì a un mese non avrei più usato. In terza elementare, per unirmi agli altri, ho persino smesso di credere a Babbo Natale.

Cecilia Alfier

 

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