Le lettere: unica parte genuina di un giornale scontato

A volte leggo il Venerdì di Repubblica. Da ragazza politicamente impegnata quale sono, appena prendo in mano la rivista vado alla rubrica “Questioni di cuore”. Le lettere, contrariamente agli articoli di opinione sono imprevedibili e mostrano un lato del paese che nessun quotidiano riporta. Mogli deluse, amanti che difendono la categoria, settantenni in cerca d’amore e ventenni che hanno chiuso i battenti. Alcune storie sono al limite del verosimile e c’è legittimamente da chiedersi se siano inventate. Che poi la verità è così importante in questo caso? Queste lettere alleviano il peso della giornata e sono scritte bene. Ci lamentiamo tanto degli errori di grammatica che infestano le bacheche di Facebook, mentre queste lettere sembrano uscite da un romanzo epistolare. E poco conta se in realtà Giovanni è un tranquillo padre di famiglia. Chiaramente non leggo le risposte, sagge, banali, condite con quel cinismo di chi non è implicato nei fatti. Tanto Giovanni, dopo aver letto la replica e aver costatato che si tratta di un buon consiglio, continuerà a comportarsi come prima. Perché non si scrive per avere consigli, i consigli sono un alibi, si scrive per puro e semplice narcisismo. E naturalmente per “liberarsi” in qualche modo dal problema. È il narcisismo (anche in modiche quantità) che spiega molte cose, compreso il successo dei selfie. Poi finisco la rubrica, torno ad essere un persona seria e vado a leggere la posta di Michele Serra. In particolare mi ha colpito la lettera di una rgaazza: la più grande delusione della sua vita è aver preso 80 alla maturità quando si sarebbe meritata di più. Si commenta da sola.

Cecilia Alfier

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