Lettere al Direttore: i giovani e il lavoro

Caro Direttore,

sperando che decida di pubblicare questa lettera, desidero innanzitutto ringraziarla per il suo lavoro: lei ed i suoi collaboratori state dando qualche speranza a qualcuno meno giovane di voi che non vedeva alcuna consapevolezza negli italiani del futuro. Apprezzo soprattutto la penna di Cecilia Alfier, a cui vanno i miei complimenti anche per il suo libro. Ma ora, bando ai convenevoli, veniamo al sodo: le scrivo per proporle una questione a mio parere molto delicata che riguarda il mondo del lavoro: qual è la soluzione per uscire da questa terribile crisi che porta i giovani a dover lottare furiosamente per un lavoro?

Distinti Saluti

Lucio d’Ottobre

Gentile Lucio,

prima di tutto la ringrazio dei complimenti e credo di poterla ringraziare anche da parte di Cecilia che è sempre molto dubbiosa del suo operato. Non mi sembra abbia molti motivi per esserlo ma tralasciamo. Quella che lei mi pone è una questione molto complessa che meriterebbe di essere approfondita con qualcuno ben più informato di me: l’economia non è certo la mia abituale occupazione. Proverò comunque a risponderle, mi scuso per la premessa che segue, forse troppo lunga, ma necessaria. Non volendo sminuire il problema della mancanza di un lavoro, vorrei evidenziare anche l’enorme difficoltà di trovare il lavoro. Mi spiego meglio: in molti casi, adattandosi a tutto s’intende, un lavoro si riesce a trovare; purtroppo però non è quello che desideravamo fare oppure non è l’occupazione che ci permette di dare il massimo. Questo problema, presente in tutte le epoche, si ripropone in questi anni enormemente ingigantito: tantissimi ragazzi, tanto per fare un esempio, con una laurea alle spalle, sono costretti a fare i camerieri perché non c’è richiesta per un lavoro a loro più consono. Qui non si tratta di distinguere lavori di serie A da lavori di serie B: non intendo sminuire il cameriere a favore di un lavoro “migliore”. Si tratta piuttosto di distinguere lavori che si fanno di malavoglia e che ci rendono frustrati a lavori che si fanno volentieri e che ci rendono orgogliosi di quello che facciamo. A parte il problema personale della frustrazione dovuta al fare qualcosa che vediamo lontano da noi, c’è anche una problematica che riguarda l’intera società e che dovrebbe interessare a chi è al potere: quanto può far schifo una società di frustrati? Che risultati può dare un mondo in cui il laureato a pieni voti in ingegneria fa il cameriere e un potenziale ottimo cameriere fa il dog-sitter? Tornando alla sua domanda, secondo il mio modestissimo parere la questione del lavoro è estremamente legata all’insieme di cose che rendono questo paese inappetibile per chiunque, criminali esclusi: corruzione, mafia & evasione. Proviamo ad immaginarci un mondo utopico in cui ogni cittadino paga le tasse, tanto per esaminare l’ultima delle tre: non è forse logico pensare che in una tale situazione tutti i cittadini pagherebbero meno tasse? E con loro anche le aziende? Che così darebbero spazio ai giovani volenterosi e preparati secondo una reale meritocrazia? Siamo in un periodo di crisi mondiale, è vero, e quindi la colpa della poca richiesta di lavoro non è solo dovuta ai tagli interni causati dalla pressione fiscale; ma non sarebbe anche questo un passo avanti? Mica tanto piccolo poi.

Cordiali saluti

Tito Borsa

direttore.lavocechestecca@gmail.com

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Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e la dirigo dal 19 aprile 2014. Scrivo ogni mese sul Borghese e ogni tanto sul blog Sostenitore del Fatto Quotidiano. Una laurea in Filosofia all'Università di Padova

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