Siamo un popolo senza coscienza

Delle due l’una: o i padovani sono degli imbecilli oppure l’informazione non funziona: di 78 persone intervistate, 76 hanno affermato che andranno a votare per la provincia di Padova. Tralasciando i due che hanno risposto in modo diverso, secondo cui il consiglio provinciale è nominato dal Capo dello Stato e da Silvio Berlusconi («tanto io lo so che Berlusconi è sempre in mezzo alle cose»), fa impressione vedere che nessuno sia a conoscenza degli effetti della legge Delrio. Oltre all’abolizione di cinque province a favore delle avveniristiche città metropolitane, essa ha reso le elezioni provinciali elezioni di secondo grado: in altre parole sono i politici (in questo caso i sindaci e i consiglieri comunali) ad eleggere i politici (il consiglio provinciale ed il presidente della provincia). Ci sentiremmo di escludere la prima possibilità, quella che afferma che i padovani non sono altro che dei caproni completamente disinteressati alla cosa pubblica, a favore della seconda: manca completamente il dialogo potere-popolo. È innegabile che nel caos più totale che caratterizza la situazione politica odierna, caos composto di promesse, leggi discusse, leggi ferme in parlamento, leggi passate in parlamento ma mai attuate e leggi che finalmente entrano in vigore, il cittadino comune, impegnato dalla propria occupazione o dalla ricerca di una nuova occupazione, cessi di interessarsi alle vicende politiche affidandosi semmai all’ascolto passivo dei tg; ma questo non dovrebbe impedire al governo di rendere pubblica – nel senso di conosciuta anche al meno interessato cittadino – ogni sua azione. Non si può seguitare con lo stereotipo “italiano pecorone” quando non si mette il cittadino comune – la cui occupazione è del tutto estranea alla politica – nelle condizioni di pensare con la propria testa invece di farsi nauseare dall’overdose di promesse di Renzi. Quest’ultimo, uomo dalla multiforme opinione, è lo stesso sindaco di Firenze che due anni fa elogiava Bersani per essersi opposto all’abolizione dell’articolo 18 e che poi ha vinto le primarie, il trono a Palazzo Chigi e le europee senza mai nominare l’articolo 18; è lo stesso del “mai al governo senza il voto” e dell’emblematico hashtag “enricostaisereno” per poi metterlo in quel posto al nullifico Letta. Se vogliamo proprio paragonare Matteo a Silvio, paragone per certi versi anche abbastanza azzardato, dobbiamo dire che il boyscout fiorentino non è che la copia più brutta possibile dell’excav: mancano i soldi, il carisma, gli appoggi, elementi indispensabili per chi vuole basare il proprio operato sul nulla. Noi che abbiamo (dopo 20 anni, sic) destituito Berlusconi, dovremmo ridere in faccia a Renzi, un patetico venditore di fumo. Invece no: la sinistra, così attiva e cattiva quando Silvio era premier, pare essersi atrofizzata (se non con l’articolo 18, diamogliene atto); la destra loda Renzi solo perché sotto sotto va a braccetto col loro leader; i giornali, quasi tutti almeno, si associano in questo canto unico di lode e grazia al “dio” Renzi. Il processo di beatificazione sarà imminente, anche se papa Francesco non sembra un renziano convinto: sarà rottamato pure lui. Per riassumere: siamo circondati da renziani senza sapere perché e antirenziani che spesso non sanno nemmeno loro perché: manca completamente la sostanza, in questo circo di promesse. Mancano i fatti, 80-euro-il-giorno-dopo-le-elezioni esclusi, mentre i fatti dovrebbero essere l’unica cosa giudicabile di un politico: tutti sono capaci di promettere sempre le solite cose, pochi (i bravi politici) sono capaci di farle. La domanda sorge spontanea: chi è stato un buon politico negli ultimi 20-25 anni? Difficile questione, al lettore l’ardua risposta. La Voce che Stecca ha intervistato 78 persone completamente a caso, e i sostenitori del PD renziano dovrebbero essere circa 4 persone su 10, vuoi che siamo stati così scalognati da non incontrarne nemmeno una? Mi pongo questa domanda perché uno dei manifesti di Renzi era “aboliamo le province!” e chi lo appoggiava ora dovrebbe mettersi sotto a Palazzo Chigi ad aspettare Matteo e chiedergli se c’è o ci fa: le province non sono state abolite e, soprattutto, ci è stato tolto il diritto di votarle. Il prossimo passo sarà al Senato, dove verrà fuori una porcheria molto simile: sembra quasi che l’Italia si sia definitivamente spaccata in due stati, uno di serie A e uno di serie B. Quest’ultimo non fa altro che decidere come sarà composto lo stato di serie A ma chi ne farà parte è decisione dei membri stessi di quello stato. Questo perché, come abbiamo già più volte spiegato, l’accoppiata italicum e riforma del Senato (che ora sono scomparsi dai radar) fa sì che il popolo scelga unicamente quanti deputati siano assegnati ad ogni partito. Quali deputati, scelta che mi consentirete di giudicare più importante, no: vengono scelti dai vertici del partito. Manca oramai una coscienza politica nel cittadino e, sinché essa non risorgerà, non cambierà nulla: ci pisceranno in testa e ci diranno che piove.

Tito G. Borsa

Foto da ilfattoquotidiano.it
Foto da ilfattoquotidiano.it

Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e la dirigo dal 19 aprile 2014. Scrivo ogni mese sul Borghese e ogni tanto sul blog Sostenitore del Fatto Quotidiano. Una laurea in Filosofia all'Università di Padova

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