La scuola come fornitrice di un prodotto

Poche sere fa guardavo in tv la trasmissione di Carlo Conti, L’eredità. Una ragazza, che si era appena presentata come studentessa in Scienze Biologiche, chiamata a trasformare, in un tempo massimo, il maggior numero di infiniti in congiuntivi presenti, non ne beccava uno. Com’è possibile arrivare all’università in queste condizioni di ignoranza? Evidentemente è possibile e vi racconto perché.

Da qualche anno si è diffusa la convinzione che bocciare sia sbagliato (mortifica il ragazzo) e che, comunque, se gli studenti non sanno sia colpa degli insegnanti. I nostri ragazzi, una volta frequentata senza rischi la scuola primaria (dove la bocciatura è pressoché inesistente e deve trovare il consenso della famiglia), approdano alle medie. Qui il voto minimo consentito è il 4 e ciò significa che vengono così valutate tutte le gravi insufficienze, dal “compito in bianco” ad una performance del 40% (per esempio in una verifica di matematica). Agli scrutini, poi, si boccia solo chi presenta più di quattro insufficienze, ma, attenzione, spesso per arrivare a questo se ne sanano con voto di consiglio altre. In pratica si può essere tranquillamente promossi con una lunga serie di insufficienze, tra cui uno o più 4 che, essendo la votazione minima, potrebbero valere anche molto meno. Avendo insegnato anche alle superiori, posso dire che pure lì il copione si ripete. E, insomma, con molti aiuti e un po’ di fortuna anche un pessimo studente può arrivare ad iscriversi all’università e probabilmente anche a laurearsi.

Perché succede tutto questo? Sia perché ormai la scuola è concepita come fornitrice di un prodotto, se promuove tutti è una buona scuola e aumentano le iscrizioni, sia perché secondo la famiglia/il dirigente/la società, se lo studente va male e non studia è sicuramente colpa degli insegnanti, che sono accusati di non saper tenere la disciplina, di non saper spiegare la materia, di non saper interessare i ragazzi. Tasto dolente, quest’ultimo, in un momento in cui si chiede di valutare il lavoro degli insegnanti. Insomma, capite bene che tutto concorre a favorire la promozione facile.

È sicuramente opportuno valutare il lavoro degli insegnanti, ma contemporaneamente bisogna che famiglie e ragazzi capiscano che, come disse Obama nel suo discorso agli studenti del 2009, «Nessuno è nato capace di fare le cose, si impara sgobbando. Non sei mai un grande atleta la prima volta che tenti un nuovo sport. Non azzecchi mai ogni nota la prima volta che canti una canzone. Occorre fare esercizio. Con la scuola è lo stesso» e ancora «Ma alla fine noi possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori del mondo: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità».

Si deve insomma, secondo me, recuperare anche il valore dell’impegno da parte degli studenti, perché senza questo a poco servirebbe qualunque tipo di innovazione.

E, ricordiamoci, che la ragazza de L’eredità potrebbe presto occuparsi delle nostre analisi del sangue o del controllo microbiologico dei nostri alimenti.

Zigulì

scuola-vignetta

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