Gigliola Alvisi – Ilaria Alpi, la ragazza che voleva raccontare l’inferno

Ilaria Alpi – La ragazza che voleva raccontare l’inferno

Gigliola Alvisi

Rizzoli 2014 – 10,50 euro

cover

Di Tito Borsa

Un libro «per ragazzi» che parla di due omicidi, di una guerra sanguinosa, di rifiuti tossici seppelliti sotto una strada e di infibulazione. Pensavo che un libro come questo non sarebbe mai potuto esistere, abituati come siamo, quando i destinatari sono i più giovani, a vedere solo storie a lieto fine ornate di belle presenze e tanta bontà. Non che nel libro di Gigliola Alvisi tutti questi elementi manchino, ci mancherebbe, ma si accompagnano con una vicenda tremenda, uno dei peggiori punti interrogativi della Storia italiana. Bisogna riconoscere il coraggio dell’autrice, prima di tutto, ma anche di Rizzoli per aver pubblicato un libro come questo: quello che all’inizio può sembrare un esperimento molto azzardato, riesce poi a trascinarti, senza che tu te ne renda conto, fino all’ultima pagina. Una narrazione agile, veloce, come la vicenda raccontata. Un libro che è a metà fra il romanzo e l’inchiesta: i fatti storici si fondono con quelli fantastici, come il personaggio di Jamila, a cui è affidato il compito di descrivere la cultura somala, piena di fascino ma anche di contraddizioni. La tragica e scandalosa morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin viene raccontata senza mezzi termini, senza nessuna fastidiosa censura solo perché i lettori sono «ragazzi». Il primo merito di questo libro è comunque di far conoscere ai più giovani la storia di due giornalisti, che non saranno stati i più bravi o i più famosi ma sapevano fare il loro lavoro, che spesso tendiamo a dimenticarci solo perché sono passati 20 anni o perché sono morti a migliaia di chilometri da noi. La storia di Ilaria Alpi è simbolo di un’Italia che da sempre vive di detto e di non detto, di «misteri» che poi misteri non sono, è stato qualcuno a farli diventare tali.

Il voto che mi sento di dare a questo libro è senza alcun dubbio alto, non raggiunge l’eccellenza solo per alcuni «freni narrativi» presenti soprattutto nel finale che hanno l’unico effetto di rallentare una narrazione che fino a quel punto era rapida e scorrevole: sto parlando dei due protagonisti che, in riva al mare in Somalia, discutono scherzosamente delle tecnologie del futuro.

A parte le mie fastidiose pignolerie, devo ammettere che Gigliola Alvisi è riuscita nel suo duplice intento (o almeno in quello che io credo tale): da una parte raccontare ai più giovani una storia che purtroppo spesso ignorano, dall’altro anche descrivere senza mezzi termini una cultura molto distante dalla nostra, senza mai cadere in partigianerie di sorta.

VOTO

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Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e la dirigo dal 19 aprile 2014. Scrivo ogni mese sul Borghese e ogni tanto sul blog Sostenitore del Fatto Quotidiano. Una laurea in Filosofia all'Università di Padova

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