Modifichiamo l’articolo 21 della Costituzione

Era notizia di questa mattina (dico era perché non lo è più) che una studentessa di Adria (Rovigo) era stata sospesa perché, ad un incontro a scuola con un volontario della Caritas, aveva preso la parola per enumerare tutti i luoghi comuni possibili e immaginabili sull’immigrazione e sugli stranieri nel nostro paese. Morale della favola: la notizia era una bufala. È vero che la ragazza si era accanita contro gli extracomunitari ma la sanzione disciplinare (una nota sul registro e non una sospensione) non è dovuta ai contenuti – per quanto discutibili – del suo discorso, bensì al modo in cui tali contenuti sono stati espressi: la studentessa, secondo il racconto del preside della scuola, avrebbe strappato il microfono ad un’altra persona che stava dicendo la sua per poi, una volta concluso il comizio, andarsene. Non vogliamo entrare nel merito delle argomentazioni della ragazza, purtroppo da gran parte dei sedicenni del 2000 cresciuti a pane, Lega & razzismo non possiamo aspettarci nulla di meglio, ma piuttosto sui provvedimenti (veri e fasulli) che sono stati presi nei suoi confronti.
Siamo tutti d’accordo che in un paese democratico, come si dichiara l’Italia, la libertà di espressione dev’essere uno dei principi cardine della vita comunitaria, tant’è che nessuno si scandalizza quando i Salvini e i Gasparri di turno non riescono a tenere la bocca chiusa, ma ciò non si deve tradurre nella libertà di sparare cazzate. Parliamo di «cazzate» non per ideologia ma per semplice constatazione di dati affidabili: per esempio non è vero che gli immigrati «rubano il lavoro agli italiani» perché, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di due settori quasi mai comunicanti. In altre parole molti stranieri sono disposti a fare lavori che vengono generalmente snobbati dagli italiani, e questo non lo diciamo noi bensì i numeri. Potremmo davvero modificare l’articolo 21 della Costituzione: al posto della «libertà di espressione» metteremmo una bella «libertà di non dire cazzate». Voi cosa ne pensate?
Per quanto riguarda le sanzioni inflitte alla studentessa di Adria, spulciando il sentiment del web si potrebbe pensare che il preside, nel metterle la nota, sia stato influenzato dai contenuti del discorso della ragazza. Non crediamo che sia così: chi di noi, quand’era a scuola, avrebbe potuto prendere la parola con prepotenza durante una lezione, esprimere le sue idee e poi andarsene via senza dire niente a nessuno e sperare di farla franca? Cosa voleva, un applauso forse? Anche se il preside fosse stato in una posizione non neutrale nell’infliggere la punizione, non sarebbe un gesto educativo questo? Ti punisco perché hai violato sia le regole scolastiche sia quelle del buonsenso e, aggravante, lo hai fatto solo per dire delle enormi sciocchezze. In questo modo, in futuro, starai più attenta a raccontare storielle senza il minimo fondamento.
Un problema che indubbiamente esiste non si risolve inventando delle panzane: questo è il tipico atteggiamento di chi non cerca una soluzione perché su quel problema ci marcia e ci basa tutta la propria popolarità. La studentessa di Adria ha avuto il suo momento di gloria al costo di una sanzione disciplinare e di una figura barbina. Ne valeva la pena?
Che sia di lezione a lei, e a tutti gli altri squadristi del terzo millennio.

Tito G. Borsa

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Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e la dirigo dal 19 aprile 2014. Scrivo ogni mese sul Borghese e ogni tanto sul blog Sostenitore del Fatto Quotidiano. Una laurea in Filosofia all'Università di Padova

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