Scuola: di lingua «neanche un pò»

Il Corriere della Sera del 15 novembre era tutto un susseguirsi di titoli e articoli contenenti la parola «Scuola»: gli studenti che protestano, la chiusura delle consultazioni online per la «buona scuola», la scuola secondo l’Isis, il professore che si suicida dopo aver rubato a scuola, e via discorrendo. Tutte facce della stessa medaglia. Mi ha colpito molto il modello di scuola presentato dall’Isis: niente educazione fisica, niente classi miste, niente matite colorate, in pratica distruzione di tutto ciò che crea sogni e stimola l’immaginazione. I terroristi hanno a cuore la scuola e fanno bene. Con l’istruzione si controlla il popolo, è sempre stato così. Chi sa di più controlla chi sa di meno, soprattutto ora che ci avviamo allegramente verso la scuola digitale. Bisognerebbe però istruire tutti quanti, indipendentemente dall’età, ad un uso critico di Internet, questo sì che sarebbe utile! Mi fanno arrabbiare le bufale che vengono diffuse come verità, ma mi fanno arrabbiare anche alcuni link letterari, quelli ad esempio che danno etimologie suggestive di una parola, senza specificare che appunto si tratta di etimologie creative. Poi ci sono le persone che «Ma Dante scriveva un pò, con l’accento». Punto numero uno: lui non poteva conoscere l’apostrofo che fu introdotto solo nel cinquecento. Punto numero due: chiunque abbia frequentato senza addormentarsi mezza lezione di filologia (in pratica edizione dei testi antichi) sa quanto sia difficile decifrare la grafia medievale, per cui l’apostrofo al posto dell’accento è l’ultimo dei problemi. Punto tre: punteggiatura e simili nel medioevo erano usati diversamente da ora e nella maggioranza dei casi erano inseriti dall’editore, non dall’autore. Insomma, gente, è Italiano Antico! Il povero Dante da lassù, nel Purgatorio o forse in Paradiso (se c’è già arrivato), starà scrivendo endecasillabi sdegnati anche a causa vostra. So che il mio libro è pieno di refusi, ma permettetemi ugualmente di difendere l’italiano, che è davvero una bella lingua e non merita di essere massacrata. Penso all’inglese: come si fa a vivere in un posto dove sia Ti Amo che Ti voglio bene si dicono ugualmente I love you? Non l’ho mai capito. A volte sento la necessità di parole fuori dal vocabolario e uso tranquillamente parole come «nerditudine», credo inventata da me, «commovenza» che indica una situazione commovente, ma anche ridicola da quanto è sentimentale e stucchevole, «invotabile», e ancora «dilusione» e «muoro» direttamente da MasterChef, oppure il più comune «friendzonato». Quello che voglio dire è che la lingua va innovata di continuo, se non lo fai semplicemente sei fuori tempo.
Inoltre, da quando studio lettere ho rivalutato anche i dialetti pur non parlando neanche il mio, molto spesso hanno pari dignità rispetto al fiorentino da cui deriva l’italiano, ma storie diverse hanno impedito che si affermassero come lingua nazionale. Trovo interessante che il condizionale in -ia che fa tanto veneto in realtà nel due/trecento era il «condizionale siciliano», quanto siamo terroni! Viviamo in un momento di violenza, poliziotti contro operai, operai contro poliziotti, studenti contro politici, centri sociali contro il sistema, e pioggia torrenziale contro tutti, ergo dobbiamo trovare qualcosa che ci unisce e questo qualcosa è l’italiano. E non è vero che i giovani sono tutti ignoranti come capre, ne è prova il successo de Il Giovane Favoloso fra i ragazzi della mia età.

Cecilia Alfier

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