Eternit: Insegniamo ai nostri figli che c’è giustizia

Era il 22 dicembre 1985. Papà va in ospedale e ritira il referto del nonno: cancro ai polmoni. «Se è fortunato durerà un anno» sono le parole dei medici. E così è stato: mio nonno ci ha lasciati il 23 dicembre 1986. Un anno passato fuori e dentro l’ospedale, un anno in cui l’omone che era sopravvissuto alla scheggia di mortaio rimediata sulla schiena in Albania durante la Seconda guerra mondiale si spegneva, giorno per giorno, come la fiamma di una candela ormai finita. Un anno trascorso a farsi fare iniezioni di morfina un’ora prima che suo figlio arrivasse a trovarlo in ospedale: non doveva vederlo soffrire. Io non c’ero, sarei nata un anno dopo. Ma so che da allora il Natale non è stato più lo stesso in casa mia, non ho più visto mio papà sorridere, felice e spensierato, la notte di Natale: quei giorni sono quelli in cui ha perso l’uomo che lo ha messo al mondo. E quel velo di tristezza che non riesce a celare rimarrà a segnare ogni suo Natale.

26 maggio 2009. Arrivo con il treno da Milano, tutta contenta perché avevo appena superato un esame importante all’università. Papà è fuori dalla stazione ad aspettarmi ma quando mi vede non mi sorride come le altre volte: mi abbraccia fortissimo e sottovoce mi dice «Lo zio non c’è più». Pochissimi mesi prima a questo signore, che io ho sempre chiamato zio e che faceva parte di fatto della nostra famiglia, era stato diagnosticato un tumore ai polmoni. Nessuno mi aveva detto niente perché la sessione d’esami era vicina e lo zio ci aveva sempre tenuto ai miei studi. E così, in pochi mesi e senza nemmeno rendermene conto, ho perso un’altra delle persone a cui tenevo di più. Non dimenticherò mai le parole di sua moglie pochi giorni dopo: «Cosa faccio adesso senza di lui?». Questa donna, che per settimane ha vissuto fra flebo, antidolorifici e infermieri e che ha visto suo marito consumarsi giorno per giorno, non sarà più la stessa. Riusciamo ad immaginarci, se non lo abbiamo mai vissuto, come sia vedere la persona che si ama spegnersi un po’ alla volta, arrabbiarsi perché capisce che non poteva fare nulla per cambiare il suo destino? Questa donna non sarà più la stessa: una parte di lei non c’è e non ci sarà più.

Potrei andare avanti ore a fare altri esempi, purtroppo. Ogni giorno esci e scopri che la polvere dell’amianto, in un modo o nell’altro ha colpito ancora. E continuerà a colpire senza distinzione mamme, papà, giovani, anziani, uomini, donne. Tutti siamo a rischio. Vedere condannato il colpevole di tutto questo non farà di certo tornare in vita i nostri cari e nemmeno riuscirà a salvare quelli di noi che si ammaleranno; ma quantomeno insegnerà ai nostri figli e ai nostri nipoti, e ai figli e ai nipoti di quelli che non ci sono più, che i buoni non vincono solo nelle fiabe. Che anche in questo mondo esiste giustizia.

Diletta Traverso

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La Voce che Stecca

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