Volontari ospedalieri: la gioia di un grazie

Nei reparti degli ospedali di molte città, fra cui Padova, non ci sono soltanto medici e personale sanitario di varia natura. C’è qualcuno a cui non interessano né la diagnosi né gli esami specialistici, che piuttosto offre una parola in cambio di un sorriso, che fa giocare i bambini: sono i volontari dell’Avo.
L’Associazione di Volontari Ospedalieri viene fondata inizialmente a Milano, nel 1975; a Padova nasce nel 1981 e conta, ad oggi, circa 550 associati. È un servizio di assistenza gratuito, offerto ai malati e alle loro famiglie.
Alessandra Graziottin, Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica San Raffaele Resnati di Milano, li definisce «compagni di viaggio, del più umano e terribile dei viaggi: quello che attraversa i territori impervi della malattia e del dolore, della disabilità e della perdita di autonomia, della dipendenza fisica e psichica, della paura e della solitudine, della speranza e della morte». Per questo per diventare volontari è necessario frequentare un corso gratuito, organizzato annualmente, diretto a uomini e donne di età compresa fra i 18 e i 75 anni. Qui verrà anche assegnato il reparto in cui operare, sulla base di un test psico-attitudinale e di un colloquio individuale con la psicologa dell’Avo.
Dentro la freddezza della realtà ospedaliera, dove interessa più la malattia che il malato, la figura del volontario è diventata ormai centrale: instaura relazioni in fondo brevi, a volte di un solo pomeriggio perché magari il paziente viene dimesso e non si rivedranno mai più. Eppure sono scambi tanto brevi quanto intensi: mai come in ospedale si scopre la potenza di un sorriso, di una carezza, di uno sguardo che si illumina.
Il turno inizia con il giro di tutte le stanze del reparto, da cima a fondo; chi conosce già i volontari li aspetta sempre. Si fermano da ognuno dei pazienti e si siedono lì accanto, accolgono la voglia di chiacchierare, propongono una passeggiata o una partita a carte. Per i bambini ci sono il gioco e la fantasia, linguaggio universale dell’infanzia: il reparto di Chirurgia pediatrica è munito di una saletta giochi, dove i piccoli ricoverati che hanno la voglia e la forza di alzarsi ne combinano di tutti i colori. I volontari dei reparti pediatrici costruiscono forme con i palloncini, portano adesivi e figurine, propongono tornei e disegni, si rendono ridicoli fino all’inverosimile per far ridere i bambini. Senza mai dimenticare la delicatezza e la dolcezza che servono in quella circostanza.
L’unica ricompensa è quella parola che rappresenta un riconoscimento inestimabile: grazie.

Laura Peron

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La Voce che Stecca

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