Lauree 3+2 o a ciclo unico? Qualche chiarimento

Foto da universita.it
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Quando si sceglie il proprio futuro dopo le superiori, una delle prime cose che si nota è la differenza di durata dei corsi di laurea che possono essere a ciclo unico (5 o 6 anni) o triennali, questi ultimi eventualmente da completare con un biennio di laurea magistrale (il cosiddetto «3+2»). A questo tipo di formazione possono seguire i master e i Dottorati.
L’introduzione della formula 3+2 risale alla riforma del 1999, basata sul Decreto Ministeriale 509. La novità fu l’introduzione di nuovi livelli di corso di laurea, accanto ai classici quadriennali o quinquennali: si trattava di corsi triennali, dopo i quali era possibile l’accesso ad un’ulteriore corso di laurea specialistico. Oltre a questo, il nuovo sistema portava con sé la novità dei Crediti Formativi Universitari (CFU), appartenenti ad ogni singolo esame e corrispondenti ad un numero di ore di lavoro (1 CFU = 25 ore). Tradotti in CFU, i corsi di laurea a ciclo unico corrispondono a 300, i corsi triennali a 180. Un ulteriore cambiamento è stato introdurre il numero chiuso per alcuni corsi di laurea, diversamente da altri che prevedono solo l’eventuale attribuzione di obblighi formativi nel caso di carenze in qualche materia.
Tra i corsi di laurea a ciclo unico si trovano quindi Medicina, Scienze della Formazione Primaria, Giurisprudenza, i quali consentono l’acquisizione del titolo solo al termine dell’intero percorso.
Alcuni corsi di laurea triennale non prevendono il completamento della formazione con un corso magistrale; sono quelli appartenenti all’area sanitaria, come Infermieristica, Ostetricia, Fisioterapia.
Altri corsi triennali, perlopiù di area umanistica, presuppongono una formazione più completa con la frequenza al corso di laurea magistrale. È il caso, ad esempio, dell’ex Facoltà di Lettere e Filosofia.
L’introduzione di corsi di laurea triennali ha visto, nel corso degli anni, un significativo incremento del numero di laureati, oltre ad un abbassamento dell’età media di chi consegue il titolo. Emergono però dei punti critici al riguardo, a partire da quando si è ancora studenti all’interno dell’Università.
Un percorso del tipo 3+2 espone ad un maggior rischio di andare fuori corso. Rispettare le scadenze del triennio e doversi laureare prima di intraprendere il corso magistrale, infatti, è uno svantaggio che chi frequenta un ciclo unico non ha. Avere solo un esame arretrato può far perdere anche un anno: un anno di tasse universitarie e di tempo vitale. Senza contare il tempo da dedicare alla preparazione della tesi di laurea, che i laureati ad un ciclo unico affrontano una volta soltanto, al termine dei 5 anni. Oltretutto si sono introdotti svariati esami, prima assolutamente inesistenti, spesso poco utili ai fini della formazione. Magari appaiono come meno consistenti, da pochi crediti, ma in realtà la quantità di materiale non è indifferente. Il carico di lavoro è aumentato notevolmente, le nozioni sono tantissime e gli studenti finiscono per sapere praticamente tutto a proposito di nulla.
Un altro aspetto negativo riguarda le possibilità lavorative. Una laurea triennale spesso da sola non è sufficiente. Un ambito particolare è l’insegnamento; l’accesso prevede l’acquisizione di un determinato numero di crediti nei vari ambiti disciplinari, ovvero una quantità di esami che è quasi impossibile sostenere tutti nell’arco di un triennio. Va da sé che è necessaria una formazione quinquennale e chi punta all’insegnamento si prefigge sin dal primo anno di laurea triennale di affrontare cinque anni di Università.

Laura Peron

La Voce che Stecca

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3 pensieri riguardo “Lauree 3+2 o a ciclo unico? Qualche chiarimento

  • dicembre 9, 2014 in 4:32 pm
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    Sono spiacente ma devo contraddirla, alcune informazioni che lei riferisce (specialmente a riguardo della “perdita” di un anno magistrale a seguito di un solo esame indietro) sono imprecise. La prego di documentarsi più approfonditamente e di avvalorare i suoi punti di vista (per altro in gran parte condivisibili) con informazioni corrette. Grazie

    • dicembre 10, 2014 in 9:07 am
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      Caro/a lettore/lettrice,
      innanzitutto ho parlato di “rischio” di andare fuori corso, non di una certezza. In ogni caso le chiarirò il mio punto di vista con un esempio pratico: me stessa.
      Mi sono laureata in Lettere moderne tre mesi fa e ho dunque intrapreso il percorso di laurea magistrale da poco. Stando al mio anno di immatricolazione all’Università, però, avrei dovuto laurearmi un anno esatto fa. Questo non è successo perché a settembre 2013 ero perfettamente in corso tranne che per un esame, l’ultimo, che ha richiesto molto tempo per essere preparato e che ho anche tentato due-tre volte senza successo. Come ben saprà anche lei, per continuare ad essere iscritti all’Università è necessario essere in regola con il pagamento delle tasse, cosa che io ho ovviamente fatto, ma solo e unicamente per un esame. Ora lei penserà che avrei potuto iniziare a frequentare le lezioni della magistrale per avvantaggiarmi, ma anche qui esisteva un paletto (un voto di laurea minimo per accedere alla magistrale che non ero certa avrei avuto) e, come capirà, poteva non essere un’idea ottimale.
      Sostenendo l’esame a luglio 2014 e laureandomi a settembre, mi risulta che sia trascorso un anno accademico esatto. Io questo lo chiamo “perdere” un anno. Spero che l’esempio pratico abbia chiarito il concetto.
      Laura Peron

  • dicembre 10, 2014 in 9:13 pm
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    Purtroppo ci sono diverse parti in cui l’articolo non è corretto:

    – I master possono essere frequentati anche dopo la laurea triennale (Master di I livello) e non solo dopo la magistrale (Master di II livello). Se inoltre si considera che le università italiane hanno introdotto diversi corsi in lingua in inglese, la cui denominazione è Master, ma rilasciano un titolo di studio equivalente alla laurea magistrale (si veda ad esempio http://international.unitn.it/mim/master-international-management), risulta chiaro come l’affermazione presente nell’articolo non sia propriamente corretta;

    – l’introduzione del numero chiuso risale ad un decreto del 1986. Fu necessario ribadirlo nel 1999 per la valanga di ricorsi al TAR che ci furono negli anni successivi. Si veda ad esempio il seguente link: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1988/07/06/nelle-facolta-di-medicina-scatta-il-numero.html;

    – alcune professioni non richiedono il titolo magistrale per esercitarle, ma possono prevedere (tra l’altro vi è scritto “preveNdono”) un proseguimento degli studi dopo il titolo triennale; si prenda l’esempio di Infermieristica a Padova (http://www.unipd.it/offerta-didattica/corsi-di-laurea-magistrale/medicina-e-chirurgia?ordinamento=2011&key=ME1867);

    Non vengono inoltre analizzati gli aspetti positivi del 3+2, ad esempio la possibile mobilità tra un titolo e l’altro, a favore soprattutto di facoltà dove le prospettive occupazionali non sono esattamente rosee (lettere, psicologia, etc.). In questo caso un datore di lavoro potrebbe vedere con buon occhio un background umanistico a cui segua una formazione più specifica: manageriale, amministrativa, tecnica. Diverso è il caso delle professioni regolamentate (si veda ingegneria, giurisprudenza, etc.) dove una formazione coerente e completa è necessaria innanzitutto al superamento dell’esame di Stato, e poi alla pratica professionale. Ma su quest’ultimo punto è evidente la volontà polemica dell’autrice, perciò non vi è motivo di prolungarsi a riguardo.

    Cordiali saluti

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