Quei docenti che sono «educatori»

Foto da ilgazzettino.it
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Ci sono due docenti italiani tra i 50 finalisti in lizza per aggiudicarsi il «Global Teacher Prize», un milione di dollari per il miglior insegnante al mondo. Una è Daniela Boscolo, veneta, insegnante di sostegno in un istituto tecnico a Porto Viro all’interno del quale ha creato degli ambienti di lavoro, un supermercato e una scuola di cucina, per l’inclusione sociale dei suoi studenti con difficoltà. L’altro è Daniele Manni, pugliese, insegna informatica in un istituto superiore di Lecce e impegna i suoi studenti, che vincono 3 / 4 premi all’anno, su tematiche che vanno, anche nel suo caso, dall’inclusione sociale alle start up. Come insegnante la cosa mi fa un immenso piacere, perché i docenti italiani sono continuamente bersagliati da critiche feroci (impreparati e scansafatiche) e indicati come la causa principale dei mali della nostra scuola. Certo due ottimi docenti su un organico di circa settecentomila non bastano ad assolvere un’intera categoria, ma sicuramente rappresentano la punta di un iceberg, l’eccellenza di un corpo insegnante che tiene a galla una barca che, sotto la scure di continui tagli di personale e di risorse, da tempo rischia di affondare. La creatività degli insegnanti, alle prese con ragazzi affetti dai più svariati problemi e con prospettive future preoccupanti, si esprime spesso con soluzioni inattese, ma davvero produttive. Ho visto colleghi creare piccole band musicali che si costruivano gli strumenti, altri i cui studenti hanno realizzato bellissimi murales sui muri del cortile, altri ancora guidare l’allestimento di mercatini per insegnare l’uso del denaro, ragazzi aiutati a scrivere libri, montare video, inventare esperimenti. Tante piccole cose che non trovano l’onore della cronaca, ma che meriterebbero una maggiore considerazione, anche perché rappresentano la quotidianità delle nostre scuole molto più di quei casi di insegnanti non all’altezza che ci sono, ma non sono poi così numerosi. Va ricordato che il modello italiano dell’«inclusione» dei ragazzi con disabilità, introdotto con una legge del ’77 e citato fra i migliori cinque del mondo dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia di New York, coinvolge tutto il corpo docente in quanto l’insegnante di sostegno copre solo alcune ore dell’orario di un ragazzo con handicap. Questo significa che ogni mattina, ogni insegnante, deve adottare strategie che consentano di gestire classi dove normodotati, disabili, Bes, stranieri convivono con le loro difficoltà, le loro esigenze e aspettative. Certi giorni funziona bene, altri meno, ma la voglia di provarci c’è sempre. Sarebbe un bel riconoscimento anche per tutta la scuola italiana se a marzo vincesse un italiano: in bocca al lupo, colleghi!

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