Lettera al Direttore: Sciopero, che rottura!

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Egregio Direttore,

sono una docente di una scuola superiore della provincia di Padova. Sono iscritta ad un sindacato e seguo con attenzione le vicende che riguardano la scuola in generale e naturalmente mi interesso delle problematiche e delle esigenze dell’istituto in cui attualmente lavoro. Ritengo che lo sciopero non solo sia un diritto fondamentale di qualsiasi lavoratore ma un mezzo irrinunciabile per manifestare il proprio dissenso. Costa scioperare e costa ancor più in questi anni di gravi difficoltà economiche. Proprio per questo quando il lavoratore decide di ricorrere a questa forma di protesta, nessuno ha il diritto di vanificarne gli effetti. Ebbene in più occasioni, e naturalmente anche in occasione dello sciopero generale del 12 dicembre, il mio Dirigente ha incaricato un mio collega di entrare nella mia classe per garantire la sorveglianza durante la mia assenza. Parlando dell’argomento con alcuni colleghi, mi sento dire che loro non scioperano perché ritengono che non ne valga la pena dal momento che alla fine si fa in modo che non se ne accorga nessuno! In fondo ormai me ne meraviglio solo io: abbiamo premier e presidenti della repubblica che non nascondono il loro fastidio per la presenza di lavoratori scontenti e in lotta….Lei cosa ne pensa?
Grazie dell’attenzione.

C.


Gentilissima lettrice,

non posso che essere d’accordo con lei: la contromisura attuata dal suo dirigente non fa altro che vanificare l’effetto dello sciopero: nella scuola la protesta consiste appunto nel creare disagi agli studenti e alle famiglie non garantendo non le lezioni, bensì la permanenza nell’edificio scolastico secondo l’orario canonico. E posso capire il suo sconforto quando parla con i suoi colleghi: solo un fesso perderebbe una giornata di stipendio per protestare, sapendo che poi chi di dovere fa in modo di soffocare questa protesta. Però adesso le faccio io una domanda: secondo lei scioperare serve davvero a qualcosa? Posso capire che per dei lavoratori appartenenti alla «vecchia» (per usare le parole del nostro adorato premier) sinistra lo sciopero sia soprattutto una questione di principio: me ne sto a casa dal lavoro per andare a manifestare. Lei per caso c’è andata? Glielo chiedo perché se c’è andata allora la sua astensione dal lavoro ha avuto un senso, in caso contrario a mio parere no. Non voglio apparire presuntuoso: questa è la mia opinione ma è esattamente quello che lei mi ha chiesto. È più importante il disagio che si crea sul posto di lavoro oppure fare sentire la propria voce in piazza? A seconda della risposta che lei mi darà cambierà radicalmente la sua concezione dello sciopero: nel primo caso tanto valeva che lei andasse a lavorare, nel secondo caso è assurdo lamentarsi: se è andata in piazza ha raggiunto il suo obiettivo. Con questo non voglio certo giustificare la squallida contromisura attuata dal suo dirigente, però volevo farla riflettere, visto che lei stessa mi ha detto che ciò è avvenuto «in più occasioni». Come lei ha il diritto di scioperare, il suo preside ha il diritto di agire di conseguenza. Dal punto di vista ideologico forse ci sarebbe qualcosa da ridire, ma dal punto di vista legale e di convenienza non c’è nulla da ribattere. Questo immaginando che abbia preso un suo collega che era in orario di lavoro oppure abbia pagato gli straordinari, cosa che io non so. Le ripeto: posso capire il suo malumore però non mi sembra una mossa così assurda.
Cordiali saluti

Tito G. Borsa
direttore.lavocechestecca@gmail.com

Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e la dirigo dal 19 aprile 2014. Scrivo ogni mese sul Borghese e ogni tanto sul blog Sostenitore del Fatto Quotidiano. Una laurea in Filosofia all'Università di Padova

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