The Imitation Game: il dramma di un genio

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The imitation game, nelle sale in questi giorni, è un film assolutamente da vedere: il protagonista è Alan Turing, geniale matematico inglese vissuto nella prima metà del secolo scorso, per descrivere il quale il regista Morten Tyldum si è ispirato a Alan Turing. Una biografia, libro firmato da Andrew Hodges (edito in Italia da Bollati Boringhieri).
Per mia pigrizia non credo che avrei mai potuto conoscere un personaggio del genere se non tramite questo film e sono addirittura contenta di aver pagato il prezzo del biglietto: la sua storia mi ha davvero incuriosito e impressionato, tanto che, appena uscita dalla sala, morivo dalla voglia di andare a leggermi la biografia scritta da Hodges.
Alan Turing era un matematico la cui genialità era evidente. La sua passione e il suo talento lo portarono a lavorare nel progetto britannico «Enigma», volto a decifrare i messaggi inviati durante la seconda guerra mondiale da Enigma, apparecchio che crittografava le comunicazioni dei tedeschi prima che fossero inviate via radio. Turing ha un ruolo di primo piano nella missione: è lui il creatore di una macchina, chiamata romanticamente nel film «Christopher», che riesce a decriptare il codice Enigma tedesco. Purtroppo però, per questioni di mero spionaggio, da ciò derivò la drammatica conseguenza di dover scegliere in modo puramente statistico quali vite salvare per mantenere il segreto sull’esistenza di Cristopher. Al suo fianco c’è anche Joan Clarke, figura femminile di notevole intelligenza che riesce a tener testa ad una società ancora tipicamente maschilista, conciliando il suo ruolo di donna con quello di responsabile del progetto top secret. La conclusione del film è drammatica: Turing viene arrestato per violazione delle leggi inglesi sull’omosessualità e condannato a scegliere fra il carcere o la castrazione chimica. Alan opta per quest’ultima, ma i dolori fisici e psichici dovuti ai farmaci lo porteranno al suicidio un anno dopo.

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Una storpiatura è la frase d’effetto inserita in un modo che pare forzato: «Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare», ripetuta per ben tre volte e che sembra più uno scioglilingua che qualcosa da ricordare con chiarezza nei diversi anni che intercorrono nella loro ripetizione.
Per il resto ottimo film che invita a numerose riflessioni personali. È davvero triste constatare come una persona che ha dimostrato un’intelligenza superiore a molte altre, salvando numerosissime vite grazie al suo contributo, abbia subito una fine del genere perché omosessuale. Un film che fa pensare sull’arretratezza della Gran Bretagna in tema di diritti civili solo pochi decenni fa, soprattutto di fronte all’esecuzione di una pratica barbara come la castrazione chimica su di un individuo la cui unica colpa era di provare un amore che, secondo chi era al di sopra di lui, era l’amore sbagliato.

La Voce che Stecca

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