Lettera aperta a Massimo Fini su Charlie Hebdo e Il Fatto Quotidiano

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Carissimo Massimo Fini,

non mi voglio perdere in lodi introduttive su quanto apprezzi il tuo lavoro: il mio invito a collaborare con La Voce che Stecca mi pare che dica già tutto sulla stima che nutro nei tuoi confronti. Preferisco passare subito al sodo: ti scrivo questa lettera per rispondere idealmente al tuo breve articolo apparso ieri sul Fatto Quotidiano, nel quale tu spiegavi le ragioni per cui non avresti allegato Charlie Hebdo al giornale.
«Se fossi stato il direttore del Fatto non avrei pubblicato il numero speciale di Charlie Hebdo. Perché con questo non facciamo che allinearci alla roboante retorica del “Je suis Charlie”, che non costa niente, che manifesta solo la nostra paura ed è fuorviante». Questo era l’incipit del tuo pezzo e, personalmente, non ho potuto che trovarmi in disaccordo: la scelta fatta dal giornale di Antonio Padellaro è stata una scelta coraggiosa che potrebbe anche portare a qualche rischio per l’incolumità dei giornalisti, se qualche mitomane cogliesse una provocazione nella scelta di allegare il settimanale satirico francese. Questo atto di coraggio non mi pare che, citando le tue parole, «non costi nulla».
Poi prosegui con «La questione non riguarda la libertà di stampa, anche se noi giornalisti, autoreferenziali come sempre, l’abbiamo focalizzata lì. La questione sta altrove». E dove sta allora? Siamo d’accordo che oltre alla redazione è stato colpito anche un supermercato kosher, però mi sentirei di mettere le due cose su piani differenti sia in virtù del numero di vittime sensibilmente differente, sia per le modalità dei due attacchi. Non voglio assolutamente sminuire la vita delle 4 vittime uccise nel negozio e non intendo neppure sottovalutare la tragedia delle famiglie di queste persone; vorrei solo proporti la mia visione dei fatti: l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo è molto diverso da quello al supermercato visto che nel primo caso si è trattato di un blitz che, a parte alcune grossolane leggerezze come sbagliare il numero civico, sembrava calcolato alla perfezione (mercoledì c’era la riunione di redazione, per esempio); l’attacco di Coulibaly al negozio pare molto meno «studiato» e più «da kamikaze»: come pensava di uscirne vivo solo dio lo sa. La fuga dei due fratelli Kouachi, per quanto rocambolesca, è molto più credibile, se si vuole pensare che – inizialmente – non volessero morire. Tutto questo per dire che l’attentato a Charlie Hebdo è stato causato da quelle vignette su Maometto, che – al pari delle vignette su Gesù e sugli ebrei – in un paese libero possono essere pubblicate (poi i lettori sono altrettanto liberi di non comprare il giornale), e non è stata invece una scelta fra tanti obiettivi. L’attentato era diretto ad una stampa libera.

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«È da più di dieci anni che siamo in guerra, facendo centinaia di migliaia di vittime civili in campo altrui, ma siccome questa guerra non ci toccava, non colpiva i nostri territori, ce ne siamo fregati. Ora arriva l’inevitabile colpo di ritorno. Io mi ritrovo non nelle azioni, ma in una parte del “testamento postumo” di Amedy Coulibaly: “Tutto quello che facciamo è legittimo. Non potete attaccarci e pretendere che non rispondiamo. Voi e le vostre coalizioni sganciate bombe sui civili e sui combattenti ogni giorno. Siete voi che decidete quello che succede sulla Terra? Sulle nostre terre? No. Non possiamo lasciarvelo fare. Vi combatteremo”». Questa è la conclusione del tuo articolo e, devo dire, è anche la parte che meno condivido: che nesso c’è fra le vittime di Charlie Hebdo e i bombardamenti in Medio Oriente? Nessuno, mi sentirei di affermare con certezza. Se davvero siamo in guerra, che vengano colpiti i veri responsabili di questa guerra e non dei vignettisti la cui unica colpa è stata quella di usufruire della libertà che, «grazie a Dio» (e ad una rivoluzione), gli è stata concessa.
Il Fatto Quotidiano
a mio modesto parere non ha certo sbagliato a mostrare in maniera così concreta la propria vicinanza alle famiglie delle vittime di quel massacro e poi, come viene detto nell’edizione odierna, la pubblicazione di Charlie Hebdo è servita anche per «spiegare la notizia», per far capire meglio ai lettori di che cosa si stava parlando in questi giorni, visto che la stragrande maggioranza degli italiani fino a 8 giorni fa non sapeva nemmeno dell’esistenza della rivista francese.
Con stima,

Tito G. Borsa

Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e l’ho diretta fino al 30 settembre 2017. Una laurea in Filosofia all’Università di Padova e molti progetti per il futuro.

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