Apologia del giornalismo

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Penso di essere una delle persone meno adatte per scrivere un’«apologia del giornalismo» (come se il giornalismo, quello vero, ne avesse bisogno); però, dopo aver sentito per molti mesi un’obiezione dietro l’altra al nostro lavoro e a quello di molti altri giornali, credo che sia giusto – da Direttore di questo blog – dire la mia. Voglio quindi elencare le due frasi che sono state usate maggiormente per contestare il lavoro che facciamo, commentandole una ad una.

  1. «Ma voi non parlate mai bene di qualcuno: non fate altro che criticare, mai una proposta per migliorare. Non vuol dire che forse non avete idee? In tal caso tacete». Chi pronuncia queste parole non ha ben chiaro la funzione della stampa in un paese libero: se il «potere», per usare un’espressione ormai abbastanza inflazionata, fa bene qualcosa, allora ha tutto l’interesse di diffondere la notizia del suo successo. E qui, vista anche la trasformazione dell’informazione dovuta ai social network, non è necessaria, anche se può servire da catalizzatore della diffusione della notizia. Diverso il discorso se il «potere» fa qualcosa che non piacerebbe ai cittadini: in questo caso, pare lapalissiano, sarà fatto il possibile e l’impossibile per nascondere le nefandezze compiute. I cittadini però, in quanto «datori di lavoro» del potere democratico, hanno il diritto di sapere e la stampa serve a questo: i giornalisti devono indagare, mettere il naso dove nessuno vorrebbe che lo mettessero e comunicare ai cittadini le loro scoperte.

    Jean-Jacques Rousseau
    Jean-Jacques Rousseau

     

  2. «I vostri, più che articoli di giornale, sembrano temini delle medie». Come ho già scritto recentemente su Facebook, noi non aspiriamo a conquistare il premio Pulitzer ma vogliamo piuttosto approfittare di questo spazio – e dei nostri affezionati lettori – per dire la nostra. Siamo un «blog d’opinione», se dobbiamo proprio etichettarci. L’importante, a mio parere, è credere in quello che si fa, e noi ci crediamo. Se no non lavoreremmo gratis. Ci dispiace di sentire frasi come questa perché ciò significa che non siamo stati abbastanza chiari nel nostro intento: siamo quasi tutti studenti (o studenti «da poco ex») di cui io sono l’unico che, nel suo piccolo, scrive già su un giornale: l’aspirazione che abbiamo è quella di crescere culturalmente e intellettualmente attraverso questo blog.

Non aggiungiamo altro per non tediare ulteriormente il lettore. La brevità e la sintesi sono due pregi molto graditi al lettore quando non si ha la penna di Hemingway.
Concludo rassicurando lettori e «gufi» (ci adeguiamo all’era renziana) che continueremo sulla nostra strada, convinti di quello che facciamo. Bitonci e Grilli di turno, siete avvisati!

Tito G. Borsa

Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e l’ho diretta fino al 30 settembre 2017. Una laurea in Filosofia all’Università di Padova e molti progetti per il futuro.

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