Caro Adinolfi, ho letto «Voglio la mamma»: ecco cosa ne penso

Caro Mario Adinolfi,

mi permetto di darti del tu. Ho letto con particolare interesse Voglio la Mamma: la casa editrice Youcanprint me ne ha mandata una copia per la recensione ma preferisco intavolare una discussione con te sugli argomenti trattati nel libro, sempre che tu abbia il tempo e la voglia di rispondermi. Per facilitare la stesura e la lettura di questa lettera, intendo procedere per punti.

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Contro il matrimonio omosessuale

  1. «Anche in termini etimologici non c’è matrimonio senza “mater”». Questa è la tua posizione e, buttata lì in questo modo, mi sembra dare una visione abbastanza parziale e fuorviante della radice etimologica del termine: «matrimonio» deriva dall’unione delle due parole latine mater (madre) e munus (compito), quindi letteralmente è il compito della madre. Se vogliamo essere fiscali, allora dobbiamo esserlo in tutto e per tutto: intanto neghiamo ogni disponibilità economica alla madre, perché il «patrimonio» è etimologicamente «compito del padre»; e approviamo il matrimonio fra due donne nel caso in cui una delle due abbia prole: non è che non si cessa di essere madri in assenza di mariti.

  2. «Se il matrimonio è solo un timbro pubblico sul proprio amore e “davanti all’amore lo Stato non può imporre a nessuno come comportarsi”, al momento dovessimo ammettere che la rottura del principio sacro per millenni che il matrimonio è l’unione fra un uomo e una donna, perché limitarci a rendere legale e matrimoniale solo il rapporto fra due donne o due uomini? Perché non accettare che si possa amare in tre?[Perché non far amare un bambino] dal papà che ama tanto il proprio cane e vuole che la sua famiglia sia composta dal papà, dal cane e dal bambino ottenuto da una madre surrogata?». Tralasciamo gli scenari apocalittici e fantascientifici che prospetti nelle righe successive e soffermiamoci su questo discorso che ha un qualcosa di delirante. Con buona pace dei canidi, Fido ha la capacità di intendere e di volere tanto da essere consapevole di cosa significhi sposarsi? Non aggiungo altro.

L’aborto non è un diritto

«Una donna può chiedere di avere il diritto ad abortire. Una mamma non può neanche immaginarlo». Questa frase, non lo neghiamo, suona bene; rasenta la perfezione. Il problema è che, a quanto ci risulta, Mario Adinolfi non ha mai partorito nessuno: cosa ne sa quindi di cosa passa per la testa di una madre che aspetta un bambino? Le tue due figlie, costantemente presenti nel libro, hanno avuto la fortuna di nascere sane. Hai forse una vaga idea di come una futura mamma viva la consapevolezza che il proprio figlio, affetto da qualche grave malattia, vivrà una vita di inferno? Questa idea non ce l’ho neppure io, per questo taccio.

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Il mito dell’omogenitorialità

  1. «L’omogenitorialità non esiste. Il concetto è semplice e ineliminabile: un bambino nasce dall’unione di un uomo e di una donna». Se non esiste, perché perdi tempo a parlarne? «Perché proprio il mito dell’omogenitorialità, di un qualcosa che non esiste, è il nodo che sta frantumando la radice basilare di verità incontestabile che riguarda il nostro venire al mondo, il nostro essere e il nostro esserci». Complimenti innanzitutto per la citazione – non so se voluta – di Martin Heidegger: dà un tocco di classe ad un libro che ne ha proprio bisogno. Sarò volgare, ma le tue mi paiono soltanto «pippe mentali».

  2. «In una coppia omosessuale il figlio è di chi lo ha generato, nella stessa misura in cui Livia [la primogenita ndr] è figlia mia e della mia ex moglie, il cui nuovo compagno non si sognerebbe mai di esprimere una “genitorialità”». Qua si discute proprio sul sesso degli angeli, e lo si fa anche in modo piuttosto mediocre: se fosse vero quanto affermi, allora anche la coppia che adotta un figlio non potrebbe, eticamente parlando, esprimere la propria «genitorialità». Assurdo.

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Il trans non è «donna all’ennesima potenza»

  1. «Davvero i trans con le loro tette finte sono “donne all’ennesima potenza”? Verrebbe quasi da pensarlo, visto l’affollarsi di maschi attorno al mercimonio del corpo di questi poveri esseri. I sociologi della prostituzione spiegano che le prestazioni delle persone che sottopongono il loro corpo maschile ad orrende trafile per ottenere ostentati e artificiali elementi di femminilità, sono in assoluto le più ricercate dal mercato». Due cose mi fanno – per usare un eufemismo – storcere il naso: l’ostentato collegamento fra transessualità e prostituzione e il fatto che parli unicamente del «passaggio» mtf (male to female, da maschio a femmina); entrambi gli elementi spesso denotano profonda ignoranza. Almeno per quanto riguarda l’argomento in questione.

  2. «E di mercato della transessualità bisogna inevitabilmente parlare: fiumi di denaro che scorrono nel mondo delle marchette trans, che poi vanno a ingrossare percorsi di modifica radicale e disperante [?] del proprio corpo. Per molte povere persone che seguono questa strada, l’incontro inevitabile oltre che con la prostituzione e con il consumo stordente di alcol e droghe. […] Siamo davanti ad una sorta di schiavitù, dove prostituirsi, bere, drogarsi è elemento costitutivo della propria condizione». Penso che non valga nemmeno la pena commentare.

  3. «Gli uomini sono uomini, le donne sono donne, la via per accertare la propria condizione di genere è nella stragrande maggioranza dei casi estremamente breve e intuitiva». Dillo a tutti i transessuali che si sono suicidati a causa delle enormi difficoltà a riconoscersi in un corpo che non era il loro.

  4. «Non insistiamo nell’idealizzazione di un modello di persone che sia un moderno ircocervo, meno che mai facciamolo per poi ridurlo in schiavitù e utilizzarlo come strumento di piacere sessuale di un popolo di carliverdone che gridano “Fàmolo strano”». Tutto a posto? Serve una mano?

  5. «Provo il massimo della tenerezza verso le persone che sul ciglio di una strada vedono incolonnarsi automobili che vogliono acquistare un loro esotico piacere». Il tripudio del luogo comune non poteva avere altra conclusione.

Non procediamo oltre per non rischiare una denuncia a causa del copyright che hanno queste pagine. Immagino migliaia di persone che bramano per appropriarsene. Non penso che ci sia nemmeno molto da aggiungere. Questo libro si commenta da sé.

Tito G. Borsa

Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e la dirigo dal 19 aprile 2014. Scrivo ogni mese sul Borghese e ogni tanto sul blog Sostenitore del Fatto Quotidiano. Una laurea in Filosofia all'Università di Padova

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