Massimo Fini, un incredibile addio. Noi non ci stiamo

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Massimo Fini, insieme a Indro Montanelli e Marco Travaglio, è uno dei miei maestri. Leggendo queste frasi mi risponderà di certo qualcosa del tipo «Cos’ho da insegnarti io?». Le persone intelligenti e dotate di talento sono sempre umili e lui non è un’eccezione. Ho divorato Una vita, la sua autobiografia edita da Marsilio uscita qualche settimana fa e mi ha sconvolto sapere che il libro che avevo fra le mani è il capolinea della carriera di una delle migliori firme del giornalismo italiano. Per chi non lo sapesse Massimo Fini, che da sempre ha seri problemi di vista (come riporta nella sua autobiografia), è diventato cieco, o meglio ipovedente. E questo, secondo quanto si legge nel suo ultimo messaggio sul suo sito, lo ha costretto a concludere la sua carriera di giornalista e di scrittore.
Non ho ancora avuto il piacere di conoscere personalmente Massimo Fini ma, tramite
La Voce che Stecca, abbiamo avuto due occasioni di dialogo e di confronto: la prima, a metà dicembre scorso, quando gli ho presentato il nostro progetto proponendogli di collaborare con noi; la seconda è stata invece dopo lo spaventoso attentato alla redazione di Charlie Hebdo, quando gli ho indirizzato una lettera aperta replicando ad un suo articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano. Nel giro di poche ore ho ricevuto la sua risposta via mail.
Quel che mi è sempre piaciuto di Massimo Fini è il suo modo, unico e inimitabile, di parlare di argomenti che non tollerano letture diverse dal «politicamente corretto». Tu ti sei fatto la tua idea, pacifica e stabile, poi arriva lui, con il suo punto di vista, a sparigliare le carte. La prima reazione – soprattutto se non si conosce il suo
modus operandi – è «Che cazzo sta dicendo?» poi però, alla seconda lettura, ti ritrovi spiazzato: la sua idea, nonostante lo smarrimento che inizialmente causa, è sensata e denota una profonda conoscenza dell’argomento.
Spero tanto che Massimo Fini tiri fuori ancora una volta la sua combattività e non si faccia zittire dalla cecità: le sue facoltà intellettive funzionano ancora bene, parafrasando la sua «lettera d’addio» sul sito, ed è ingiusto che lui rimanga l’unico a beneficiarne.

Tito Borsa

Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e la dirigo dal 19 aprile 2014. Scrivo ogni mese sul Borghese e ogni tanto sul blog Sostenitore del Fatto Quotidiano. Una laurea in Filosofia all'Università di Padova

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