ZeroCalcare: quando il fumetto è arte

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Passo davanti alla fumetteria tutti i giorni e la vedo sempre. in vetrina Una rivista di umorismo no-sense dal titolo Scottecs. La compro, non la compro, no, il gradino è troppo alto e adesso ho lezione. La comprerò domani, decidevo, finché un giorno non la vedo più. Allora chiedo al negoziante di aiutarmi a entrare, lui tira fuori una rampetta che non mi da’ propriamente un senso di sicurezza, ma alla fine entro. Scottecs è terminata. Penso che dovrei andarmene, che lo spettacolo della ragazza in un negozio di fumetti è finito. Invece, l’occhio mi cade sulla copertina c’è disegnato un ragazzo magro, con un teschio sulla maglietta e l’aria lugubre, dietro di lui, un armadillo. Lui si chiama ZeroCalcare, fa il vignettista, passa al computer parecchie ore della notte. L’armadillo è la sua «parte positiva», ma soprattutto paranoica, che non lo lascia mai. Una bella notte riceve una mail: una ragazza, Camille, cui da adolescente non aveva avuto il coraggio di dichiararsi, è morta. È il pretesto per ZeroCalcare per raccontarsi, la sua vita, le figure che popolano la sua testa, la sua idea del mondo. Tutte le volte che ha quasi creduto alla «Profezia dell’armadillo», ovvero la convinzione che tutto andrà bene, basandosi su dati vaghi e senza senso. L’armadillo dice «Camille ti ha chiesto la gomma in prestito dodici volte nell’ultimo mese, forse si dichiarerà». Ovviamente no. Allora si sta per dichiarare lui, ma interviene il Tempismo che ha le fattezze di un mostro-avvoltoio. È un racconto così comico eppure profondamente triste. Io mi ci rivedo in lui (sono un po’ nerd, devo ammetterlo), ma soprattutto chi è stato adolescente negli anni novanta potrebbe rivivere certi ricordi. Zero Calcare, palesati, ti vorrei conoscere! Dal canto mio, è strano scrivere qualcosa di autobiografico, improvvisamente tutti sanno tutto di te, ma tu non sai nulla di loro. Per esempio so che Zero voleva fare il dinosauro quando era piccolo, che frequentava la scuola di giapponese solo per vedere Camille e che è abitudinario (spende sempre i soliti trentacinque euro per la spesa).
Ho cambiato idea sui fumetti comunque: da passatempo in sala d’attesa a forma d’arte.

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