Stefano Cucchi: intervista al padre Giovanni

Nessuno può dimenticare il caso di Stefano Cucchi, il giovane di 32 anni morto il 22 ottobre del 2009 mentre si trovava in stato di custodia cautelare dopo essere stato fermato dai carabinieri. Abbiamo chiesto al papà Giovanni di commentare le motivazioni con cui lo scorso 31 ottobre la Prima corte d’appello d’assise ha ribaltato la sentenza in primo grado, che aveva condannato solo i medici a pene molto lievi, assolvendo tutti gli imputati.

Leggere le motivazioni della sentenza che ha assolto tutti gli imputati l’ha in qualche modo rinfrancata?
No, per nulla. Se da un lato viene riconosciuto il pestaggio, dall’altro non viene promossa alcuna azione per individuare gli autori. Questa assoluzione ha lasciato me e la mia famiglia perplessi e addolorati, perché a nostro modo di vedere c’erano prove e testimonianze sufficienti per arrivare ad una condanna. Addirittura il detenuto Samura Yaya ha avuto dei benefici di legge per una testimonianza di cui poi non si è tenuto conto. Poi con le perizie si è toccato il fondo.

Perché?
Una prima perizia diceva che Stefano era morto per arresto cardiaco, ma tutti muoiono per questo, un’altra che era deceduto dopo quattro giorni di inedia. Ma l’autopsia le ha smentite, dimostrando che al momento del decesso gli organi di Stefano erano sani. Al processo molto si è insistito sulla magrezza di mio figlio, ma lui era così di costituzione, praticava la boxe e rientrava fra i «pesi superleggeri»: durante il dibattimento si è riportato il caso di un campione del mondo più leggero di Stefano. Questo per dire che mio figlio era in salute, anche la tossicodipendenza era una storia ormai passata, e che la questione della magrezza è stata strumentalizzata. In questo processo si è voluta nascondere la verità per salvaguardare le istituzioni.

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Adesso cosa si aspetta, una riapertura delle indagini, qualcosa di positivo?
Le rispondo con le parole del Presidente del Senato Grasso: «Speriamo che qualcuno parli». Oppure che emergano fatti nuovi altrimenti, non prevedendo la legge italiana il reato di tortura, quello che ci riguarda è un procedimento per lesioni e tutto è destinato ad andare in prescrizione. Noi come famiglia però non ci rassegneremo mai e andremo avanti fino alla Corte di Giustizia europea.

A proposito del reato di tortura, è di ieri la notizia della condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani per i fatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001: ancora rappresentanti delle forze dell’ordine coinvolti in vergognose aggressioni a danno di cittadini sotto la loro tutela.
Mia figlia Ilaria su Repubblica di oggi (ieri, ndr) afferma che «Se il reato di tortura fosse già stato introdotto, il processo per la morte di mio fratello sarebbe stato diverso». Purtroppo, sul reato di tortura da parte delle forze dell’ordine la classe politica fa resistenza e la proposta di legge di Luigi Manconi (deputato del Pd, ndr) è stata approvata dalla Camera con un testo peggiore di quello approvato al Senato che era già peggiore di quello iniziale. E pensare che la proposta ricalcava il testo della Convenzione delle Nazioni Unite firmata anche dall’Italia. Ma forse, per quanto riguarda i fatti della Diaz e di Bolzaneto, sarebbe bastato che gli agenti portassero un segno di riconoscimento che avrebbe permesso di individuare le responsabilità personali. E intanto, a causa di questo vuoto legislativo, gli autori di questi reati rimangono impuniti.

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