Riflessioni dopo il Festival del Giornalismo

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Vi illustro non parole mie, ma ciò che mi sono portata come bagaglio dal Festival del Giornalismo di Perugia, soprattutto per quanto riguarda schiettamente questa professione. Non so se sarà il mio futuro oppure no, ma è una prospettiva interessante. Fare il giornalista ora è difficile, snervante. Tutti vorrebbero diventare o temono di diventare Marco Travaglio, ma in realtà la maggior parte dei giornalisti stanno davanti a un pc, non notati, come una massa scura e informe. Però fare il giornalista può essere rischioso, come in regimi dittatoriali o dove si senta forte la presenza del terrorismo, lì le parole assumono un peso maggiore. Non dimentichiamo che l’Isis ha un apparato di propaganda imponente. Usare i termini sbagliati potrebbe equivalere a «fare il loro gioco».
Si può essere giornalisti anche senza scrivere, lavorando in radio o promuovendo l’informazione libera in qualunque modo, anche solo con un fumetto, insomma abbandonando la penna.
L’abbandono del giornalismo tradizionale è favorita dal momento di crisi che la professione come l’avevamo intesa finora sta attraversando. Il succo del discorso è: non fate i giornalisti, non ci sono soldi. Teoricamente sarebbe giusto pagare i collaboratori, in pratica non si sa come fare. Succo del discorso numero due: la mancanza di soldi è dovuta anche alla diminuzione della diffusione della carta stampata, a favore del giornalismo nel web. E qui c’è un nodo fondamentale della questione: come utilizzarlo al meglio? La rete dev’essere regolamentata da trattati internazionali (l’Italia si sta muovendo in tal senso) o si regolamenta da sola, come più o meno è successo finora? Si parla in particolare di libertà di informazione, privacy, trattamento dei dati. Per quanto mi riguarda la privacy più che un valore è sempre più un mito. Siamo iper controllati e lo saremo sempre di più. Lo dicono in molti, anche Jess Javis, docente universitario alla City University of New York e oggi tra i più autorevoli esperti di comunicazione, però non ne parla come un dramma, al contrario è ben contento che Google sappia tutto di lui. Così le sue letture in internet possono essere personalizzate. Personalizzazione è la nuova parola d’ordine, è come se non esistessero più lettori generici, ma persone con nome e cognome. In contrasto con la massa informe di cui parlavo sopra, quella che deve trasferirsi in India se vuole vedere il becco di un quattrino. Solo su una cosa ho sicuramente le idee chiare, non bisognerebbe scrivere per i like anche se un buon nutrimento per l’ego. Se volete i like, pubblicate video di gattini.

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