Scuola: lo sciopero più grande di sempre

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Quello di martedì 5 maggio è stato forse lo sciopero della scuola più grande di sempre, con un’adesione attorno all’80%, perché il governo con il ddl su La Buona Scuola è riuscito nel miracolo di mettere d’accordo tutte le sigle sindacali, note finora per la loro litigiosità e per l’abitudine di muoversi ognuna per conto proprio.
Imbarazzanti e offensive le dichiarazioni con cui il ministro Giannini ha commentato la mobilitazione, da «Una cosa è avere la patente, una cosa è acquistare la macchina» destinata ai precari, passando per «È uno sciopero politico», fino a «Non hanno letto il ddl», riferendosi a tutti gli scioperanti. Insopportabile poi il sottosegretario Faraone, individuo di rara saccenteria e supponenza, che martedì mattina dai microfoni di
Radio anch’io ha chiuso le porte a qualunque discussione su uno dei provvedimenti più contestati, quello del preside-sindaco futuro padre-padrone della «sua» scuola.

Roma 2-2-2


Eppure dentro il Partito Democratico c’è chi ha capito che si sta aprendo un fronte pericoloso in un mondo che tradizionalmente conta moltissimi suoi elettori, con un forte senso di appartenenza e dotato al suo interno di un formidabile tam tam comunicativo, che dopo un avvio lento è riuscito a coinvolgere milioni di persone, utilizzando molto bene anche i social-media e whatsapp. Anche perché una delle forme di lotta che gli insegnanti intendono attuare se non verranno ascoltati è l’astensione dal voto delle regionali o il voto anti-Pd e visti i numeri di cui parliamo non è il caso di lasciar correre. Il premier Renzi ha sì dato una disponibilità ad ascoltare le sigle e le associazioni promotrici della manifestazione, ma non a ridiscutere i nodi cruciali della riforma.
La mia sensazione è che questa volta gli insegnanti terranno duro, d’altronde si sentono stremati dopo anni di sacrifici e di blocco dei già magri salari e umiliati dal fatto di essere, nonostante ogni mattina corrano il rischio che il soffitto delle aule cada loro in testa, ancora una volta il bersaglio che la politica intende colpire. Non si può escludere che davvero quest’anno si arrivi al blocco degli scrutini, attuato da quei precari che non saranno assunti e sui quali una precettazione non avrebbe effetto, quegli stessi precari che stanno pensando ad una
class action per recuperare le migliaia di euro spese per i Tfa rivelatisi, allo stato attuale, inutili.
Inoltre, mentre le luci della contestazione sono attualmente puntate su alcuni articoli del ddl, l’impressione generale è che il peggio debba ancora venire. Infatti il governo si è tenuto numerose deleghe su cui, dopo l’approvazione della legge, avrebbe carta bianca. Tra queste ci sarebbero il Testo Unico della Scuola, la valutazione dei docenti, l’abilitazione all’insegnamento, l’orario di lavoro, su cui il governo agirebbe d’imperio, senza alcuna opposizione parlamentare e sindacale. Insomma, dall’interno del Miur fanno sapere che le amare sorprese sarebbero solo all’inizio.
Più che essere una riforma della scuola questo ddl assomiglia a un «jobs act» pensato per gli insegnanti, con tutti gli aspetti negativi di quello originale compresa la «precarizzazione», visto che i prof che correranno il rischio di doversi cercare ogni tre anni un dirigente disposto a farli lavorare.
Riuscirà Matteo Renzi ad imporsi sul mondo della scuola? Lo sapremo molto presto.

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