Effetto zero: Renzi e il Pd dopo le regionali

Checché se ne dica, Renzi non è certo uscito vincitore da queste regionali: perdere la roccaforte ligure e riuscire a scamparla per una manciata di punti in Campania e in Umbria non è certo un risultato degno del plebiscitario 42% alle europee dell’anno scorso. Contando poi che gran parte dei neopresidenti democratici non è della maggioranza interna al Pd, viene fuori una situazione tale da far sembrare il viaggio in Afghanistan di ieri una fuga.
Checché se ne dica, Renzi non è stato assolutamente indebolito da queste regionali: in parlamento continuerà ad avere una maggioranza più o meno solida e un’opposizione – M5S a parte – pronta a prostrarsi non appena si prospetti la perdita dell’amato scranno. Stiamo parlando soprattutto della cosiddetta «minoranza dem» dove, a parte Civati e la Bindi che dopo schiaffi e sberleffi hanno dato prova di avere un minimo di carattere, gli altri «si costernano, si indignano e si impegnano poi gettano la spugna», ma senza nemmeno troppa dignità.
Domenica notte, durante la mostruosa maratona di 10 ore di Enrico Mentana su La7, si parlava fiduciosi della nascita di un «qualcosa» a sinistra del Pd grazie alla lista Rete a Sinistra, nata grazie a Sergio Cofferati in Liguria. Balle. Qualcosa più a sinistra del Pd è facile che nasca ma tentare di fare le scarpe a Renzi è pura utopia: se non si vuole attendere il 2018, è difficile riuscire a «sgranocchiare» dal partito del premier così tanti pezzetti da potersi rendere pericolosi. Se non altro perché nessuno si butterebbe nel baratro dell’ignoto sapendo di avere a disposizione una cadrega per altri 5 anni slinguazzando il capo. E poi, anche se si andasse ad elezioni, in quanti «rischierebbero» in questa scelta innovativa?

Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e la dirigo dal 19 aprile 2014. Scrivo ogni mese sul Borghese e ogni tanto sul blog Sostenitore del Fatto Quotidiano. Una laurea in Filosofia all'Università di Padova

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