Libera informazione: parla il direttore Tito Borsa

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Quali differenze ci sono, per quanto riguarda la libertà e l’eventuale censura, tra la stampa e il web in Italia?
Penso ci siano ben poche differenze se non quelle presenti in entrambi i settori che separano le grandi realtà da quelle piccole: noi paradossalmente possiamo essere liberi fino a un certo punto. Non siamo in grado di pubblicare delle vere inchieste, per esempio. Il motivo di questo handicap è molto semplice: se, come è facile che accada, ci arrivasse una querela, il capitale di cui dispone La Voce non basterebbe nemmeno a telefonare ad un avvocato. Diciamo comunque che la carta, sia perché più radicata sia perché meno accessibile a tutti, di solito problemi del genere non se ne pone, ma questo perché le testate medio-piccole hanno già chiuso i battenti da tempo. Forse l’unica che resiste a livello nazionale è il Manifesto.

Ritieni di lavorare in modo libero? Hai mai ricevuto intimidazioni in tal senso?
Alla prima domanda non posso che rispondere di sì: sia sulla Voce che sul Corriere del Veneto e sul Borghese mi sento di scrivere nella più completa libertà. A parte questo blog che dirigo e nel quale l’unico che potrebbe limitarmi sarebbe il sottoscritto stesso, nelle altre due testate non mi sono mai sentito dire frasi come «Questo pezzo non lo puoi pubblicare», oppure «Ci sei andato troppo pesante». Il giornalismo parte da un paradigma molto semplice: se hai dei fatti che possono interessare li devi diffondere. Se lo fai indipendentemente da chi sono le parti in causa, sei libero; se ti poni o ti viene posto qualche freno, sei imbrigliato in dinamiche che nuocciono alla tua libertà. Per quanto riguarda invece la seconda domanda, per rispondere bisogna fare una fondamentale distinzione: intimidazioni interne alle testate non le ho mai ricevute, pressioni esterne sì. Già l’ultimo anno del liceo una docente ha minacciato di querelarmi, poi è arrivata un’altra minaccia di provvedimenti legali da parte di un politico abbastanza conosciuto nell’entourage padovano e infine le numerosissime minacce di morte per la mia presa di posizione contro la preside nel caso Maurantonio. Penso che fare il proprio lavoro in modo libero, puntando solamente a prestare un servizio utile ai lettori, porti inevitabilmente a farsi dei nemici e molto spesso questi nemici sono così maldestri o così impulsivi da non saper trattenere le minacce.

Come potrebbe la stampa italiana riscattarsi da quelle classifiche che la presentano come asservita?
Mi permetto innanzitutto di fare una precisazione: «asservita» e «non libera» non sono la stessa cosa: nel primo caso si ha un padrone, nel secondo se ne hanno tanti. Io sono d’accordo con le classifiche nel dire che i giornalisti italiani non sono asserviti, bensì «non liberi», basti vedere la storia di Berlusconi: giornali come Repubblica fino al 2011, prima della definitiva caduta dell’ex cavaliere, erano testate serie. Poi hanno iniziato a leccare Monti, Letta e adesso Renzi. I servi sono invece molti giornalisti del Giornale, per esempio, che hanno iniziato a fare giornalismo vero solo quando il patto del Nazareno si è rotto e il padrone Silvio è passato all’opposizione. Ultimo caso, più unico che raro, è Giuliano Ferrara che ha leccato nell’ordine Craxi, Berlusconi, D’Alema, Monti, Letta e Renzi. Tutti quelli che ha slinguazzato sono caduti in disgrazia, si tratta di un servo a padrone variabile, un’ottima penna prestata al servilismo. Concludo: la stampa italiana deve svegliarsi e deve rendersene conto da sola: i tempi sono cambiati e i mezzi pure. Se non se ne accorgono loro, bisognerà aspettare il definitivo tracollo delle vendite.

Nell’era dei social network, si può parlare di libertà di espressione portata «all’estremo»?
Se con questa perifrasi si intende una sorta di «democrazia totale» dove ognuno ha libertà di parola e un’enorme diffusione potenziale del proprio pensiero, allora sono d’accordo. E mi auguro che si riesca – in qualche modo a me ancora ignoto – a poter mettere un freno a questo meccanismo perverso: come ho detto più volte, sono fermamente contro l’esistenza dell’Ordine dei Giornalisti perché, citando Forrest Gump, «giornalista è chi giornalista fa»; allo stesso tempo non posso credere che chiunque abbia un blog si possa definire «giornalista», inteso come «colui che fa informazione»: personalmente io mi definisco tale (seppur alle prime armi) in virtù di alcune importantissime esperienze che ho vissuto e che sto tuttora vivendo, ma non penso che ogni blogger abbia alle spalle un background tale da poter fare effettivamente informazione. Il rischio è che si diano notizie errate, approssimative e faziose. Mi auguro che presto i lettori maturino abbastanza da poter distinguere un prodotto in base alla qualità, facendo sì che questi ultimi soggetti finiscano per scrivere solo per se stessi.

Un pensiero riguardo “Libera informazione: parla il direttore Tito Borsa

  • giugno 12, 2015 in 10:25 am
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    Come al solito il direttore dice la cosa giusta nel modo giusto. “Giornali come Repubblica fino al 2011, prima della definitiva caduta dell’ex cavaliere, erano testate serie. Poi hanno iniziato a leccare Monti, Letta e adesso Renzi”. Ne abbiamo abbastanza di questa stampa da regime!

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