Lotta Garantista: Sofri consulente di Orlando

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Adriano Sofri, ex leader di Lotta Continua condannato a 22 anni come mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi (avvenuto nel 1972), chiamato dal ministero della Giustizia fra i «consulenti» per la riforma delle carceri. Pare una barzelletta ma è cronaca di due giorni fa. La situazione pare ancor più paradossale se si pensa che Sofri di 22 anni di pena ne ha scontati a malapena 7, «uscendo poi per gravissimi problemi di salute da cui si è prontamente e fortunatamente ripreso», come ricorda Marco Travaglio sul Fatto di ieri. Quanti «signor nessuno», uomini e donne di cultura che si sono macchiati di delitti meno gravi e che non pontificano sui giornali, sono stati in carcere più a lungo? Allora perché non chiamare loro? Perché sono dei «signor nessuno», ci verrebbe da pensare. Comunque Sofri ha avuto il buon gusto di rinunciare all’incarico pur rimproverando risentito quelli che hanno «sollevato un piccolo chiasso attorno alla mia “nomina”». L’ex Lotta Continua ha rifiutato l’incarico perché ne ha «abbastanza delle fesserie in genere e delle fesserie promozionali in particolare». Parole che lasciano alquanto perplessi.

Piero Sansonetti
Piero Sansonetti


Nonostante le perplessità, la vicenda avrebbe potuto spegnersi con la stessa rapidità con cui era scoppiata se ieri non fosse arrivato, a parte l’ovvio appoggio di alcuni radicali, l’articolo di Piero Sansonetti sul
Garantista: il direttore si lancia in una non richiesta apologia di Sofri di cui riprendiamo alcuni stralci. «Stavamo aspettando la prova regina, come dicono i criminologi. Cioè la prova dell’avvenuta morte e sepoltura dell’ultimo residuo di garantismo, in questo paese. Ieri la prova è arrivata sotto le spoglie di Adriano Sofri, anzi, più precisamente, della scarica di fuoco scagliata contro di lui dal mondo politico e giornalistico compatto, guidato dal direttore del quotidiano La Stampa, Mario Calabresi». Forse Sansonetti si aspettava che Calabresi accogliesse con giubilo la nomina del mandante dell’assassinio di suo padre a consulente del ministero della Giustizia. «Nessuno sa se Sofri sia stato o no il mandante dell’omicidio. Contro di lui c’è solo l’accusa di un pentito». Evidentemente una condanna definitiva a 22 anni di carcere non basta: d’ora in poi saranno colpevoli solo i rei confessi. «Leader della azione di barriera contro Sofri è stato il direttore della Stampa. Il quale – come probabilmente sapete – è il figlio del commissario Calabresi. E in questa occasione ha unificato i suoi due ruoli di potente direttore e potente figlio». Quindi chi è conosciuto e «potente» non può lamentarsi per delle faccende che lo toccano personalmente? La teoria Sansonetti è alquanto lacunosa. Ma, visto il rifiuto, il danno per Sofri «non è grave. È più grave, forse, per i carcerati, che perdono una voce amica, e sapiente. Ed è grave per lo stato della nostra società, dove ormai dichiararsi garantisti è pericoloso, è scandaloso, è quasi proibito».
«L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva», afferma la Costituzione all’articolo 27 comma 2 e Sofri è stato condannato in Cassazione. Il garantismo a questo punto dovrebbe finire, e invece per Sansonetti – che forse la Carta non la conosce così bene – perdura vita natural durante. Prima di sentenziare a sproposito, forse sarebbe il caso che
garantisse, oltre all’innocenza, anche lo stipendio ai suoi dipendenti e collaboratori, che stanno subendo in prima persona le difficoltà economiche del giornale.
A questo punto proporremo Francesco Schettino (citando per una volta Matteo Salvini) consulente del ministero dei Trasporti, Totò Riina come esperto del 41 bis e soprattutto Piero Sansonetti come luminare della Costituzione. Quella che ha in testa lui.

Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e la dirigo dal 19 aprile 2014. Scrivo ogni mese sul Borghese e ogni tanto sul blog Sostenitore del Fatto Quotidiano. Una laurea in Filosofia all'Università di Padova

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