Grecia: una sconfitta piena di speranze

Si è parlato di sconfitta, capitolazione, resa. In parte è vero. La rossa Grecia di Alexis Tsipras ha dovuto accettare delle misure così dure da essere definite umilianti e vendicative. Dopo un referendum che sembrava dovesse rovesciare le carte in tavola, ecco che Varoufakis si dimette, prima ombra ad oscurare il cielo greco. Senza nemmeno il tempo di riprendere fiato dopo i cori in piazza Syntagma, l’incontrollabile declino. 13 ore di feroci negoziazioni hanno portato Tsipras ed il nuovo ministro Tsakalotos a siglare il terzo memorandum.
Il fronte interno sembra tenersi saldo in queste ore cruciali, ma è evidente che una frattura si è aperta all’interno di Syriza. L’ala più estrema del partito ha già espresso vari disagi e perplessità.
La stessa popolazione greca è probabilmente sulla via di una progressiva disillusione nei confronti dell’unico leader con cui aveva potuto identificarsi nella lotta contro l’«austericidio».

Tsipras

Tutto questo è assolutamente vero. Tuttavia forse la faccenda può essere vista da un’altra prospettiva. La Grecia è stato il primo paese europeo a contrapporsi così nettamente alle politiche economiche che, ricordiamo, già in Italia subimmo sotto il governo Monti, e che Spagna, Portogallo e Irlanda conoscono altrettanto bene. Questa resistenza è ben presto fuoriuscita dai confini ellenici e ha compattato un fronte di resistenza in tutta Europa. Ciò non è immediatamente evidente perché si tratta di un sommovimento più popolare che istituzionale. Non bisogna quindi farsi ingannare dal fatto che durante i negoziati siano stati proprio i rappresentanti di queste nazioni a ostacolare le azioni di Tsipras. Come sottolinea Vicenç Navarro, la figura intellettuale di riferimento di Podemos, in un articolo pubblicato nel suo blog il 16 luglio, questi Paesi nutrivano il timore che un’eventuale successo di Syriza avrebbe potuto rafforzare proprio quelle ali anti-austerità che già in Spagna stanno ottenendo un discreto successo. Ciò significa, innanzitutto, che Syriza ha spaventato i suoi nemici. Se leggiamo le dichiarazioni del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, questa interpretazione sembra trovare conferma: «sono davvero spaventato non dal contagio finanziario di questa crisi greca, quanto da quello contagio ideologico e politico». E poi: «Questa nuova atmosfera intellettuale è un rischio per l’Europa. In particolare questa illusione da sinistra radicale che si possa costruire un’alternativa alla visione tradizionale europea sull’economia. La mia paura è che il contagio ideologico sia più pericoloso di quello finanziario».
Forse il signor Tusk ha ragione. La sconfitta inflitta a Syriza doveva essere la minaccia politica definitiva a tutti coloro che nutrono l’illusione di un’Europa diversa. Ma se questa sconfitta ha dovuto esserci ed ha dovuto essere così esemplare e dura, è proprio perché il rischio che questa illusione si concretizzi in qualcosa di più reale esiste. È molto presto per poter giudicare e valutare quanto accadrà nei prossimi anni in Grecia ed in Europa. Ma credo che, incassata questa ferita inflitta al simbolo culturale dell’Europa, sia lecito lasciare il beneficio di un dubbio: se il comportamento dei creditori porterà al risultato sperato o il suo esatto contrario.

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