Immigrazione: il (brutto) esempio di Padova

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«Non siamo terroristi e nemmeno criminali: abbiamo viaggiato mesi per arrivare qui e cerchiamo soltanto un lavoro qualunque. Non ho nessun titolo di studio, nessuna esperienza, ma posso imparare e sono pronto a fare qualunque lavoro». Amir, 24 anni nigeriano, ci spiega con poche parole perché è arrivato in Italia, pagando migliaia di euro per uno di quei viaggi che spesso ti fanno arrivare a destinazione steso in una bara, o mangiato dai pesci. Amir arriva a Padova il 2 luglio e subito viene messo alla «Prandina», una caserma abbandonata vicino al centro storico, insieme a diverse decine di persone nella sua stessa situazione. Immigrati che hanno percorso migliaia di chilometri animati solo dal desiderio di una vita «diversa» e che invece ora si trovano, sotto il sole cocente di luglio, ad alloggiare in una tenda, a dover passare le giornate a non fare nulla se non godere di un po’ di ombra nei giardinetti davanti alla caserma o andare a bere qualcosa di fresco nei bar della zona.

«Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». Questo è il terzo comma dell’articolo 10 della Costituzione: pur rimanendo ovviamente e volutamente sul vago rimandando alla legislazione corrente per quanto riguarda le modalità con cui i richiedenti asilo debbano essere accolti, queste poche righe offrono a molti uno scenario inedito: non c’è scritto da nessuna parte che condizione necessaria per richiedere lo status di profugo sia arrivare da un paese in guerra: si parla bensì di paesi che non gli garantiscano «l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana». Ed è difficile pensare che, pur essendo questi Stati formalmente delle democrazie, nei paesi dell’Africa sub-sahariana i cittadini godano dei nostri stessi diritti e abbiano le nostre medesime libertà. Piccolo esempio: la Nigeria, che figura come «Repubblica presidenziale federale», è molto spesso luogo di violenza e la violenza uccide la possibilità di esprimersi dell’individuo; le stesse conseguenze portano fame e povertà.

Caserma Prandina, Padova
Caserma Prandina, Padova

Prima di fare «processi alle intenzioni» e definire tutti gli immigrati «terroristi», «fannulloni» o «delinquenti», forse sarebbe il caso che qualche leghista – ma non solo – si prendesse la briga di fare quello che chi scrive ha fatto ieri: andare a parlare con questi giovani che non vogliono altro che lavoro. E non lo tolgono agli italiani, che spesso e volentieri giudicano certi mestieri troppo umilianti. Informarsi per criticare, un piccolo slogan che certi soggetti dovrebbero tatuarsi in fronte.

Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e la dirigo dal 19 aprile 2014. Scrivo ogni mese sul Borghese e ogni tanto sul blog Sostenitore del Fatto Quotidiano. Una laurea in Filosofia all'Università di Padova

2 pensieri riguardo “Immigrazione: il (brutto) esempio di Padova

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