Musei: i direttori e l’«uomo solo al comando»

Per la riforma del Ministero dei beni culturali approvata lo scorso anno, ben presto venti musei statali, legati quindi alle soprintendenze e allo stesso Ministero, diverranno autonomi e i loro direttori sostituiti.

Tra questi, spiccano la pinacoteca di Brera a Milano, Palazzo Ducale a Mantova e gli Uffizi a Firenze; questi ultimi in più verranno separati dalla Galleria dell’Accademia. Le due Gallerie fiorentine fino ad ora erano accorpate ad altre realtà più piccole (come la Galleria palatina o le Cappelle medicee) e ne consentivano la sopravvivenza grazie alle ingenti entrate dovute al turismo di massa. Ora che questi due poli di attrazione saranno separati e resi autonomi, chi dirigerà e garantirà la tutela delle esposizioni «minori» ma ugualmente importanti? La soprintendenza? Non proprio: con la nuova riforma della pubblica amministrazione, le soprintendenze, che finora hanno vigilato sul patrimonio culturale italiano e ne hanno coordinato le attività di ricerca, verranno subordinate alle prefetture. È una questione spinosa che ha sollevato molti dubbi: come sostenuto dal critico d’arte Tomaso Montanari su Repubblica del 20 luglio, «la ratio del ddl Madia è ufficialmente quella di semplificare e accelerare le decisioni (per esempio sulle opere pubbliche) abbassando al livello territoriale delle prefetture la possibilità del governo (ora riservata alla Presidenza del Consiglio) di passare sopra i “no” delle soprintendenze. Una simile svolta significa far saltare un altro contrappeso costituzionale al potere esecutivo, e dunque va letta nel quadro di quell’efficientismo che ispira il governo Renzi. Ora, il punto è: siamo disposti a sacrificare sull’altare dell’efficienza un bene insostituibile come la tutela del nostro territorio?»
Guarda caso, poi, ieri 5 agosto il governo ha annunciato lo stanziamento di 18 milioni di euro per il progetto «Grandi Uffizi», ovvero per il completamento dei lavori. Ma il progetto è attivo dagli anni Sessanta, i cantieri sono stati aperti nel 2006 e sono passati attraverso un’inchiesta e numerosi ritardi (e stanziamenti milionari). Finora, ben undici ministri nel corso dei decenni hanno fissato una data di fine dei lavori, mai rispettata.
Ma si potrebbe discuterne ancora a lungo. Tuttavia, analizzando l’iter del concorso per la nomina dei nuovi direttori, le perplessità aumentano: dopo la presentazione delle domande (composte da curriculum e lettera di presentazione), tra l’11 e il 14 luglio si sono svolti i colloqui di fronte a una commissione di cinque membri scelta dallo stesso ministro Franceschini.
A questi esami orali ha partecipato un numero massimo di dieci candidati per ogni istituto. Spicca senza dubbio il fatto che molti hanno proposto la loro candidatura per differenti musei: Martina Bagnoli, ad esempio, è in gara per la direzione di ben dodici musei, ma non è certo l’unica.
Certo, si tratta di candidati di indubbia competenza e professionalità, ma non bisogna dimenticare che ogni museo è legato ad uno specifico territorio e a determinate esigenze o problematiche (ad esempio i lavori agli Uffizi, come ricordato sopra): è da folli pensare che uno valga l’altro.
Gli stessi partecipanti al concorso hanno poi espresso dei dubbi sulla serietà dei colloqui:
Artribune ha raccolto le testimonianze di tre «ghost candidates», uno dei quali ha affermato «15 minuti a testa non sono assolutamente sufficienti per approfondire nessun discorso. Il colloquio è stato molto generico, 10 candidati per ogni direzione sono troppi, la stessa commissione deve valutare i direttori dall’archeologico al contemporaneo. Tre giorni per 120 candidati è un tour de force per la commissione che neanche Nembo Kid riuscirebbe a sopportare». Un altro è stato molto più esplicito, sostenendo che per il posto di direttore alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma siano «tutti raccomandati dalla politica».
Voci di corridoio, certo. Chi sceglierà, infine, i venti nuovi direttori dalla rosa dei candidati? Un solo uomo: Franceschini per alcuni istituti e il Direttore Generale del settore musei del ministero, l’architetto Ugo Soragni, per altri. C’è solo da sperare che prevalgano davvero, per una buona volta, le competenze e la professionalità di tutti.

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