La mia (traumatica) esperienza con Trenitalia

Tre settimane fa vado sul sito di Trenitalia per comprare i biglietti da Padova a Genova. Le soluzioni offerte sono le seguenti: partenza in Frecciabianca alle 6:48 di lunedì 3 agosto, arrivo alle 8:55 a Milano da dove si riparte alle 9:10 con un Intercity per poi arrivare finalmente a Genova alle 10:40. Per il ritorno mi è stato proposto di partire dal capoluogo ligure con un Eurocity Thello alle 17:21 del giorno successivo, arrivo a Milano alle 18:50, partenza per Padova in Frecciabianca alle 19:05 e arrivo alle 21:12. Orari perfetti che si adattavano alle mie esigenze. Unica perplessità era quel quarto d’ora a separare i due treni: non sia mai che ci siano ritardi e che debba fare una corsa per riuscire a prendere la coincidenza. Ma, confortato dal fatto che era proprio Trenitalia a propormi questa soluzione, ho deciso di acquistare i biglietti.

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Lunedì mattina parto in perfetto orario ma già all’altezza di Verona ho qualche presentimento: con la coda dell’occhio mi sembra che lo schermo sul binario segnali 5 minuti di ritardo. Poco importa, penso, tanto me ne servono molti meno dei 10 rimanenti per cambiare treno. Morale della favola: arrivo a Milano Centrale alle 9:15 e, al pari di Bolt quando vede la linea del traguardo, decido di giocarmi il tutto per tutto e di correre verso il binario del mio Intercity. Per un colpo di fortuna (un gruppo di scout che aveva intasato il treno), le porte non erano ancora state chiuse e sono riuscito a prenderlo. Ovviamente poi a Genova i minuti di ritardo erano 10.
Martedì pomeriggio arrivo con buon anticipo a Genova Piazza Principe, confidando nel fatto che – come c’era scritto sui tabelloni – il treno per Milano arrivasse alle 17:05 per poi rimanere un quarto d’ora fermo in stazione. L’Eurocity arriva però con dieci minuti di ritardo. Vabbè, mi dico, partirà comunque in orario: in 5 minuti si riesce a far salire e scendere tutti. E ancora mi sbagliavo: abbiamo lasciato Genova alle 17:30, con 9 minuti di ritardo. Inutile dirvi che, grazie a semafori rossi e soste prolungate nelle stazioni, a Milano il ritardo era ben più consistente: quasi 25 minuti. Abbastanza per impedirmi di prendere la coincidenza.
Mi dirigo allora all’ufficio informazioni e mi viene detto di prendere il treno delle 19:35 per Trieste. Peccato però che non si fermasse a Padova. Mi siedo allora ad aspettare il Frecciabianca delle 20:05 e, quando arriva, vado dal capotreno a spiegargli la mia situazione. Molto gentilmente mi fa salire avvisandomi però che c’è la possibilità, nel caso in cui la seconda classe fosse piena, che rimanga in piedi per due ore fino a Padova. Era l’ultimo treno della giornata: non avevo scelta. Giunti nei pressi di Desenzano – fino ad allora eravamo in perfetto orario – il treno si ferma: dagli altoparlanti ci viene spiegato che «siamo fermi per alcuni controlli in diretta, ripartiremo in un paio di minuti». In altre parole sembravano esserci dei problemi. Ci muoviamo dopo 10 minuti e così, anziché alle dieci e un quarto, arrivo a Padova che sono quasi le dieci e mezza.

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Contando che ho rapporti con Trenitalia abbastanza sporadici, delle due l’una: o sono stato davvero sfigato, oppure questa è semplicemente la regola. Ho speso 80 euro fra andata e ritorno e questi sono i risultati: nessuna affidabilità e nessun rispetto del cliente, basti vedere che c’era il rischio che – per colpa loro – mi facessi due ore di viaggio in piedi.
Sarà questo un «servizio»? E poi pubblicizzano il nuovo Frecciarossa 1000, non sarebbe meglio risolvere i problemi dei treni che si hanno già, prima di crearne di nuovi?

Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e la dirigo dal 19 aprile 2014. Scrivo ogni mese sul Borghese e ogni tanto sul blog Sostenitore del Fatto Quotidiano. Una laurea in Filosofia all'Università di Padova

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