Ebbene sì, ho passato due giorni col Gallo

Genova è così: pur rimanendo sempre uguale a se stessa, cerca di cambiarti. Per mettersi nella condizione più favorevole a questo cambiamento, devi vivere la città, non come il turista becero che si lascia scivolare tutto addosso. Scrivo queste righe alle 2 del pomeriggio di martedì 4 agosto, seduto su una panchina del Porto Antico, il mare da una parte, l’acquario dall’altra. Sto cercando di mettere in ordine tutto quello che mi è stato donato nelle ultime ventiquattro ore, così da poterlo condividere con voi.

Così scrivevo, ma non sono riuscito a raggiungere il mio obiettivo fino a ieri: ci sono voluti 3 giorni per poter digerire un’esperienza come quella che sto per raccontarvi. Nulla di eccezionale, nulla di unico e irripetibile, ma un’esperienza che mi ha cambiato. Ringrazio i miei familiari e la mia fidanzata Elena per aver sopportato il mio «chiodo fisso» con la Comunità di San Benedetto al Porto a causa del quale parlavo sempre di Don Gallo negli ultimi giorni.
La cosa migliore è forse anche la più banale: andare con ordine.
Arrivo a Genova dopo 4 ore di treno lunedì mattina. Ho appuntamento con Viviana Correddu – autrice de Il Gallo siamo noi (Chiarelettere) – nel pomeriggio e quindi ne approfitto per pranzare in via di Pré, nel cuore della città vecchia.
«Bello, vuoi venire a divertirti con me? Ho casa libera», mi urla una ragazza sulla trentina tenendo aperto il portone di casa. Sorrido.
«Perché ridi?», mi chiede stizzita.
«Perché sono felice» è la mia risposta. Mai stato più sincero.
Genova o la ami o la odi, diceva qualcuno o semplicemente lo dissi io chissà quando: ma una volta che ti entra nel cuore non ne esce più.
Mangio un piatto di buone trofie al pesto, pagandole solo 4 euro, e guardo l’orologio: mancava un’ora all’appuntamento con Viviana in piazza De Ferrari, a pochi passi da via del Campo e quindi anche da dove mi trovavo io. Decido di prendermi quel tempo per assaporare meglio l’aria genovese, che da troppo tempo mi mancava, e quale metodo migliore se non vagare per la città vecchia, anche col rischio di perdersi?
Da via del Campo inizio a salire e, senza nemmeno accorgermene, mi trovo in piazza don Andrea Gallo, un angolino di sole nella penombra dei carruggi. Un segno di quello che mi sarebbe accaduto di lì a poco? Chissà.
Viviana si fa attendere solo 5 minuti. La vedo arrivare trafelata dopo una giornata di lavoro. Il suo pomeriggio è appena iniziato: qualche ora più tardi ci saremmo diretti ad Albissola Marina (Savona) per la presentazione del suo libro.
Il tempo di ordinare una birra e siamo già a parlare. Doveva essere un’intervista (già in partenza senza domande) ed è divenuta una chiacchierata di cui non è rimasto nulla di scritto o di registrato. Cerco di andare a memoria ma mi è difficile: il bello di poter parlare con una persona intelligente non contempla il riascolto mnemonico della conversazione. Avrei tante cose da chiederle ma, incredibilmente, lei me ne dice tante altre e io sono contento lo stesso. «Ma a San Benedetto quanti riescono a liberarsi delle dipendenze e quanti falliscono?», era una delle domande che le avrei posto volentieri. Ma l’emozione ha preso il sopravvento e sono riuscito solo ad annuire o a rispondere quando direttamente interpellato. Ammiro Viviana e non ho paura di dirlo: prima che come (brava) scrittrice, la ammiro per essere riuscita – apparentemente da un giorno all’altro – a decidere di voler iniziare una nuova vita, di voler rinascere dalle proprie ceneri senza però rinnegare il suo passato. «Se tu sei solo un ragazzino, io sono una che fino a qualche anno fa si faceva le pere», mi ha scritto un mese fa. In un mondo in cui cerchiamo tutti di nascondere i nostri scheletri nell’armadio, parlarne con serenità è segno di coraggio e di intelligenza. Ed è soprattutto sintomo di come un capitolo della vita di Viviana sia definitivamente chiuso. E non perché farsi di eroina è male: il problema era che stava diventando qualcosa che lei non voleva diventare. Non essere padroni della propria vita è la peggiore delle condanne: può succedere a chiunque anche senza l’intervento della droga.
Scendiamo verso il Porto Antico quando ormai sono passate le 6 per incontrarci con Roberto, da nemmeno due mesi marito di Viviana, e con lui e la loro figlia Elena dirigerci ad Albissola per la presentazione.
Il breve viaggio verso Savona inizia nel peggiore dei modi: un ingorgo – mi pare dovuto a un incidente – ci blocca all’ingresso dell’autostrada. Fortunatamente dura poco e così in una quarantina di minuti arriviamo a destinazione. Grazioso paese di mare, Albissola ha saputo accogliere la presentazione de Il Gallo siamo noi con grande calore e altrettanto sentita partecipazione. Ma andiamo con ordine: una cena in riva al mare pare essere il momento giusto per parlare ma forse ogni discorso pomposo, serio e «professionale» sarebbe stato fuori luogo: chi mai, seduto sul divano di casa sua, si metterebbe a intervistare i propri familiari o il proprio partner? Ecco, questa metafora sintetizza con grande efficacia i miei sentimenti e le mie emozioni durante questi due giorni a Genova: mi sentivo a casa, nonostante fossi con persone conosciute solo qualche ora prima.
Finito di cenare, è ora del caffè e per berlo ci uniamo alla comitiva giunta nel frattempo da Genova: la Lilli, storica segretaria tuttofare del Gallo, ora una delle colonne portanti di San Benedetto al Porto; Domenico Mirabile, altra figura fondamentale della comunità; Graziella, che aveva bussato alle porte del Gallo a 17 anni per dare una mano e da allora (erano i primi anni ’80) non se n’è più andata; Letizia, figlia di Graziella con un passato molto particolare alle spalle di cui parleremo più avanti, e la sua ragazza Morena.
Alla presentazione è presente sul palco anche la cantautrice Teresa De Sio, che conclude la emozionante serata con una canzone live.
Finita la presentazione è l’ora del gelato che porta con sé molte chiacchiere, oltre ovviamente alle domande preoccupate «Ma quanti eravamo?», «Quanti libri siamo riusciti a vendere?». Domande lecite, visto che la parte degli incassi che tradizionalmente va all’autrice, in questo caso è interamente devoluta a San Benedetto. Ma le voci preoccupate vengono subito zittite dalla Lilli che, tranquilla ma perentoria, dà il suo parere: «Erano più di 400 e le vendite sono andate bene».
Tornati a Genova è il momento dei saluti, almeno per quanto riguarda Viviana, Roberto e la piccola Elena. Un arrivederci pieno di affetto.
Scendo dalla macchina e proprio davanti al portone del bed and breakfast dove alloggiavo c’era una prostituta al lavoro. «Vuoi parlare con me?», mi chiede sorridente. Era l’una passata. «Scusa ma devo correre a comprare le sigarette e poi andare a dormire». Mi sarei dovuto alzare presto l’indomani. Torno (a mani vuote: il distributore automatico era rotto) e lei ci riprova: «Andiamo a farci un giro?». «Non ho la macchina». «Nessuna macchina, andiamo qui», e indica un vicolo così stretto che in due si saremmo passati a stento. Rifiuto cordialmente e vado a dormire, convinto che una giornata come quella che avevo appena vissuto sarebbe stata difficile da ripetere. Mi sbagliavo.
Martedì mattina pago la stanza ed esco. Destinazione: San Benedetto. Mi aspetta la Lilli in persona, che mi accoglie in una stanzetta dove Raffaele, un ex ospite della comunità che ora dà una mano a chi l’ha data a lui, sta sistemando degli enormi scatoloni di vestiti usati. La nostra conversazione è abbastanza «frammentata»: fra telefonate e arrivi, concludere un discorso pare un’utopia. Ma la Lilli non perde il filo e inizia a raccontarmi da dove nasce la comunità, dell’ostracismo contro cui il Gallo ha dovuto combattere prima di approdare finalmente a San Benedetto, e una miriade di aneddoti alcuni divertenti, altri molto profondi, altri ancora entrambi. Ma la cosa più importante si può riassumere in poche parole: «Mancano i soldi». Lo sapevo già: la sera prima qualcuno mi aveva detto molto schiettamente «I Sert ormai pagano soltanto quelli che sono mezzi morti», ma sentirselo dire dalla Lilli, donna animata da una determinazione rara, ha assunto i contorni di una sconfitta.
Uscito dall’ufficio della Lilli mi sono diretto alla Lanterna, la trattoria di proprietà della comunità, vicino al porto. Con una birra avevo iniziato e con una birra ho concluso questo meraviglioso viaggio.

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Adesso, cari lettori, sorgerà in voi – e non vi biasimo – una domanda: ma cosa c’è di meraviglioso in un viaggio di due giorni a Genova?
Ve lo spiego subito: parlare di «viaggio a Genova» significa utilizzare una perifrasi alquanto riduttiva: viaggiare vuol dire imparare e si impara solo quando si conosce qualcosa di nuovo e di diverso. Incontrare persone come Viviana e Roberto che sono riusciti a tornare padroni della propria vita e del proprio destino, come Graziella che a soli 17 anni è riuscita a prendere una decisione così importante come quella di unirsi a don Gallo e alla comunità, come Letizia che dentro San Benedetto è nata e cresciuta serenamente, alla faccia di chi crede che la famiglia «tradizionale», quella uomo-donna, sia indispensabile per la buona crescita dei figli. Conoscere la Lilli, donna di forza e – ripeto – di determinazione rare, che, anziana fuori e immortale dentro, riesce a dirigere molti aspetti della comunità (aiutata, certo, ma non sostituita). Incontrare queste persone ha fatto esplodere dentro di me – inizialmente – la frustrazione perché loro sono liberi, ma non siamo ancora in una realtà priva di giudizi e di pregiudizi; poi però è uscito tutto l’ottimismo tipico del Gallo: ce la faremo. Tutti insieme: drogati, ex drogati, etero, lesbiche, gay, trans, orfane, ricchi, poveri, anarchici, comunisti, pazzi, savi. Insomma, chiunque abbia quel desiderio di libertà che non proviene né da una condizione né da un’ideologia politica: spesso è innato però bisogna anche coltivarlo. Ed è questo l’insegnamento più grande che ho ricevuto in questi due giorni a Genova: non è colpa degli immigrati o dei tossici: chi è fuori dalla società può solo marginalmente attaccarla. I veri assassini del nostro futuro e della nostra libertà hanno mangiato la società da dentro. Ho avuto un privilegio insperato che spero di avervi comunicato: ho conosciuto il Gallo. Perché il Gallo siamo noi.

Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e la dirigo dal 19 aprile 2014. Scrivo ogni mese sul Borghese e ogni tanto sul blog Sostenitore del Fatto Quotidiano. Una laurea in Filosofia all'Università di Padova

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