Note a margine su Amnesty e la prostituzione

Amnesty International ha deciso per la decriminalizzazione della prostituzione: in altre parole «affittare» il proprio corpo non deve più essere motivo di persecuzione più o meno legale.

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Pur nella triste consapevolezza di condividere questa battaglia con la Lega, chi scrive è da tempo a favore della legalizzazione della prostituzione, anche a costo di qualche discussione animata con gli amici. Cosa c’è di sbagliato nella prostituzione, se praticata in modo libero e senza alcuno sfruttamento? È un lavoro come un altro, e – paradossalmente – esiste già: basta andare su un qualunque sito internet di incontri per trovare interminabili liste di donne (meno di uomini) che forniscono foto, elenco delle prestazioni e foto. Per il tariffario immaginiamo che sia sufficiente telefonare.
Perché dev’essere «sbagliato» portarsi a letto una persona per denaro, se è il lavoro che si desidera praticare? La prostituzione per la legge italiana non è un mestiere e per questo chi lo pratica non può denunciare al fisco i propri introiti (alcuni mesi fa avevamo intervistato Efe Bal). Non si tratta però solo di una questione di vile denaro: se si inizia a mettere in regola i sex workers indipendenti, garantendo loro esami medici periodici, una pensione e una tutela, a chi conviene rivolgersi alle sfruttate? Pare cinismo il nostro, ma a una offerta corrisponde sempre una domanda. Se muore la seconda, la prima non può che morire a sua volta.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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