I giovani e la droga: la parola a Viviana Correddu

Determinata, schietta e diretta ma anche socievole e disponibile: una ragazza alla mano, senza peli sulla lingua. Si presenta così Viviana Correddu, ex tossicodipendente entrata nel 2007 nella Comunità di San Benedetto al Porto fondata da Don Andrea Gallo.

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Ventisette anni, poco meno di quaranta chili ed un futuro incerto, così ti descrivi quando hai detto basta alla droga. Qual è l’arma migliore, secondo te, per riscattarsi dall’eroina e da qualsiasi altra forma di dipendenza?
Innanzitutto è la presa di coscienza di tutto ciò che sta succedendo e poi, fondamentalmente, bisogna chiedere aiuto. Avere qualcuno con cui parlare è un grande passo avanti per riconoscere di avere un problema: bisogna fidarsi delle persone a cui ti stai affidando. Ci vuole inoltre molta determinazione perché non è semplice venire fuori da qualsiasi forma di dipendenza.

Un ritorno alla vita costato tanto. Com’è ora la Viviana del presente?
La Viviana del presente sicuramente è più consapevole dei proprio limiti, del mondo che la circonda e, forse, è anche in grado di affrontare gli ostacoli che la vita le pone davanti senza scoraggiarsi come prima. La Viviana del presente non è poi così diversa dalla Viviana di pochi anni fa: non si può cancellare ciò che si è stati: è una parte di te che ogni tanto torna. Non sto parlando dell’uso di sostanze stupefacenti, del farsi o meno. Mi riferisco alle paure, alle ansie, alle angosce che purtroppo non vanno via; ma, col tempo, riesci comunque a vedere la vita sotto un altro aspetto. Viviana è sempre Viviana; è quella persona che è riuscita a riscoprire la voglia di esistere, di vivere e non di sopravvivere. È quella persona in grado di cogliere il bello anche durante i momenti difficili, che si dà degli obiettivi più ambiziosi, più motivanti, per riuscire ad affrontare anche ciò che non le piace.

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In un passo del tuo libro (Il Gallo siamo noi, Chiarelettere) scrivi: «L’età degli sbalzi d’umore ingestibili, degli improvvisi cambi di programma, degli slanci e delle cadute in picchiata di desideri confusi». Citando Vasco: «Liberi, liberi siamo noi, però liberi da che cosa?». Pensi che gli adolescenti di oggi siano davvero liberi?
Assolutamente no. Credo che la libertà sia un’utopia, ma non per questo non perseguibile. Avere un’utopia, come quella della libertà, è qualcosa di cui non dobbiamo fare a meno. Credo che l’utopia è ciò a cui noi dobbiamo tendere con la consapevolezza che non si raggiungerà mai. Bisogna mettersi in discussione per raggiungere un obiettivo. No, non sono liberi i giovani come non lo è nessuno di noi. In realtà penso che la libertà ce l’hai nella testa e se riesci ad accettarla riesci, ovviamente, a vivere meglio. Il concetto di libertà, in senso lato, è complesso perché noi tutti abbiamo dei limiti che ci impediscono di essere liberi dalle nostre passioni, dal nostro carattere, dalle nostre ansie e paure. Sono dei meccanismi interni a noi che portano ad ingabbiarci perché abbiamo, nello stesso tempo, delle limitazioni che provengono dal mondo esterno. La mancanza di spazio, a parer mio, è la causa che porta i giovani a vivere in mondo senza libertà. Uno spazio fisico ma anche ideale poiché l’assenza di futuro porta i giovani a sperare poco.

Gettando uno sguardo al presente: cosa avrebbe dovuto fare la società per impedire la morte di Ilaria Boemi, la sedicenne stroncata da una pastiglia di ecstasy, e di tante altre persone che si lasciano trasportare nel mare magnum della droga?

Viviana Correddu
Viviana Correddu

Prima di tutto, informare. Partiamo da un presupposto: tutto questo moralismo e proibizionismo è sbagliato (non penso che le droghe debbano essere libere in toto, alcune forse si). L’errore è far credere ai giovani che le droghe fanno male e quindi non si devono usare, fermandosi a questo. Per me, non è abbastanza. È come scrivere sul pacchetto di sigarette: «il fumo uccide». Lo sappiamo benissimo, non c’è bisogno di esplicitarlo. Forse si capisce che non basta questo ma bisogna prendere atto che il proibizionismo ottuso, oro in mano alle mafie, non genere una diminuzione dell’uso di sostanze. Se pensiamo che qualcuno, facendo dei controlli, possa impedire che i giovani facciano uso di droghe che ormai sono alla portata di tutti, sbagliamo. Non sono il Cocoricò e il rave in sé che portano il giovane ad incontrare stupefacenti perché, lo sappiamo tutti, ormai si trovano anche a scuola. Mi spiego meglio: io ricordo che al liceo un mio compagno di classe, appena arrivato a scuola, si era preso già mezzo acido. Secondo me bisogna partire dalle scuole dove, inconsapevolmente, i ragazzi cominciano a fare uso di droghe. Cosa avrebbero dovuto fare la società? Forse, informare di più. Se il ragazzo ha voglia di andare in discoteca, evadere dal mondo ed assumere sostanze stupefacenti la colpa è della società. Riportando i racconti di ex tossicodipendenti che ho conosciuto durante il mio percorso, negli anni settanta, persone con una certa coscienza politica si facevano di eroina e ciò diventava un modo per rifiutare la società in cui vivevi. Oggi questo non esiste più: le droghe diventano uno strumento per uscire fuori da un contesto opprimente. La società deve partire dal perché, prendersi le proprie responsabilità perché la colpa non è solo dei ragazzi.  Deve rispolverare le sue leggi: secondo me, la mafia ha un’importanza strategica in questo meccanismo. Tutto il mondo della tossicodipendenza, come diceva il Gallo, «è una strage mafiosa».  La scuola dovrebbe approfondire l’anello di congiunzione che collega la droga alla mafia perché acquistando sostanze si vanno ad incrementare gli introiti della criminalità organizzata. La società deve affrontare il problema cambiando prospettiva perché a fare uso di eroina non sono solo disagiati: parliamo, pur sempre, di una generazione che, inconsapevolmente, viene a contatto con sostanze stupefacenti. Citando ancora il Gallo: «I giovani hanno bisogno di esempi, non di parole».

Cosa direbbe don Gallo se fosse qui?
A questa domanda non posso rispondere. Lungi da me sapere cosa avrebbe detto, non sarebbe giusto mettergli in bocca parole. Sicuramente avrebbe proferito dire qualcosa perché il Gallo interveniva sempre pubblicamente toccando questi temi. Forse avrebbe pensato: «Ma la gente ha capito ora che si muore per droga? C’è qualcosa di nuovo rispetto a ciò che ho visto in quarant’anni?».  Questo perché sono capitati due, tre avvenimenti in poco tempo che hanno fatto scalpore, poi, tra un po’ di tempo, scenderà di nuovo il silenzio. Ovviamente la notizia Ilaria Boemi suscita sgomento molto di più della morte di un tossico in un vicolo.

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