Woodstock, 46 anni dopo

Era il 15 agosto del 1969 quando sul grande prato verde di una fattoria di Bethel (una piccola cittadina nella campagna neworkese) cominciò il famoso festival di Woodstock, conosciuto anche come «Three days of peace and music» o «The summer of love». Il titolo richiama la linea ideologica del festival ossia quella della pace, dell’amore, della libertà e della disinibizione. Migliaia furono i giovani cosiddetti hippy a essere richiamati dal raduno, dallo spirito beat e dalla continua ricerca di una nuova strada da percorrere facendo uso di droghe che avrebbero alterato i sensi conducendoli in un’altra dimensione. Questa nuova generazione ribelle e contestatrice nasce grazie alla musica, all’arte e alla letteratura in particolare alla beat generation, la generazione in questione diventerà poi quella generazione di pacifisti di cui ancora oggi parliamo e che magari oggi da nostalgici sogniamo.

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Il festival è stato il punto più alto della cultura hippy in quanto aveva concretizzato la controcultura giovanile dell’epoca, era ed è una sorta di fotografia esplosiva e liberatoria di un’ intera generazione.
A parte la linea politica, sociale e storica del festival, furono tre grandi giornate di musica: erano anni di sperimentazione musicale, gli anni del rock e del folk. Il festival fu così un trampolino di lancio per molti artisti, Joe Cocker scomparso di recente diventò una star planetaria quando sul palco suonò With a little help from my friends dei Beatles; a cavalcare il palco ci furono poi artisti del calibro di Janis Joplin, The Who, CCR e Jimi Hendrix che suonò e storpiò con suoni sperimentali l’inno americano, per venire poi accusato di aver inserito suoni di cannoni e mitragliatrici per contestare le azioni politiche americane in Vietnam.

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Oggi quel prato e quella fattoria sono diventate un museo della storia del concerto e della cultura musicale degli anni Sessanta, una sorta di luogo di pellegrinaggio di ex hippy.
Pochi giorni fa si è festeggiata la ricorrenza del quarantaseiesimo anniversario di quello che per me è stato il festival per eccellenza, capace di creare un ‘identità , collettiva. Ci tengo a concludere l’articolo con una citazione di un musicista che sul palco del festival ci è salito veramente: Richie Havens che ha detto: «Woodstock fu un festival in cui la gente si era ritrovata per celebrare uno spirito comune: ecco perché per me Woodstock ha ancora oggi un significato profondo».

Nadia Salviato

La Voce che Stecca

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