Legge e sentimenti, la vicenda di Achille

Altro che il Jobs Act o la riforma della scuola: per far discutere gli italiani serviva la storia di Martina Levato e di suo figlio Achille. La donna, insieme ad Alexander Boettcher (padre del bambino), è stata condannata due mesi fa a 14 anni di carcere per aver gettato dell’acido addosso al suo ex, deturpandogli il viso in modo permanente. Achille, nato a Ferragosto, è stato tolto subito dopo il parto dalla madre e martedì il giudice ha stabilito che la Levato potrà incontrarlo una volta al giorno, mai da sola e per un tempo molto breve.

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Subito l’Italia si è divisa fra coloro secondo cui è stata compiuta una crudeltà e chi invece ritiene che un bambino stia meglio in un’altra famiglia. L’ex magistrato Bruno Tinti, ieri sul
Fatto Quotidiano, con estrema lucidità si è posto alcune domande: «Persone della levatura morale e intellettuale quali Levato e Boettcher danno un minimo di ragionevoli aspettative quanto a ravvedimento e maturazione? Si può ragionevolmente ritenere che affidarlo alla madre, nonostante lo stato di detenzione e le tare psicologiche della medesima, non pregiudichino detto interesse? Se si trattasse di affidare un bambino in adozione, prendereste in considerazione – in alternativa a una coppia normale la coppia dell’acido?».
Va bene che la detenzione deve essere
riabilitativa e che una persona fino a sentenza definitiva è innocente, però qui si parla di interessi di un minore e non di pura teoria giuridica.

La Voce che Stecca

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