A Stefano Feltri: l’importanza di studiare quel che si vuole

Caro Stefano Feltri,
mi permetto di darti del tu visti i pochi anni che ci separano. Vorrei rispondere ai quattro articoli che hai pubblicato sul tuo blog sul
fatto.it (i link in calce alla lettera) a proposito dell’università. Il primo di questi pezzi iniziava con «Purtroppo migliaia e migliaia di ragazzi in autunno si iscriveranno a Lettere, Scienze politiche, Filosofia, Storia dell’arte» e poi proseguiva «I ragazzi più svegli e intraprendenti si sentono sicuri abbastanza da buttarsi su Ingegneria, Matematica, Fisica, Finanza», mentre quelli «più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche». A parte il fatto che questa distinzione manichea mi pare alquanto superficiale, è innegabile – purtroppo – che ci sia un divario apparentemente incolmabile fra le facoltà umanistiche e quelle scientifiche (anche qua senza generalizzare troppo): ho avuto la (s)fortuna di sperimentare entrambe (prima Matematica poi Filosofia) ed è palese la differenza che c’è nelle valutazioni: se ho esultato per un 19 in Analisi 1, un 26 in Letteratura Greca non mi ha soddisfatto completamente. Prima di parlare delle opportunità lavorative, vorrei spendere ancora qualche parola per approfondire il discorso dei voti: a parità di impegno (prendo il mio esempio), laurearsi in Matematica è indubbiamente più difficile di laurearsi in Filosofia. Questo non perché la prima sia incontrovertibilmente più difficile della seconda, ma perché – eccellenze escluse – è richiesto un impegno diverso per ottenere lo stesso voto. Il mio obiettivo non è certo quello di generalizzare, sto parlando di certi docenti del mio Ateneo (Padova), non di tutti.
Comunque questo è ciò che traspare all’esterno e non è sbagliato affermare che molto spesso così è l’andazzo. Però, se a grandi linee tutte le facoltà di Filosofia si comportassero in questo modo, a fronte di un ovvio calo della caratura dei laureati sul piano lavorativo non dovrebbero esserci sostanziali differenze: se un 30 a Padova equivale a un 30 a Genova, e quindi anche un 110 a Padova equivale a un 110 a Genova, che problema c’è? Gli studenti concorrono per un posto di lavoro nella più assoluta parità.

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«Guardiamo all’Italia: fatto 100 il valore medio attualizzato di una laurea a cinque anni dalla fine degli studi, per un uomo laureato in Legge o in Economia è 273, ben 398 se in Medicina. Soltanto 55 se studia Fisica o Informatica (le imprese italiane hanno adattato la propria struttura su lavoratori economici e poco qualificati). Se studia Lettere o Storia, il valore è pesantemente negativo, -265», scrivi sempre nel primo dei 4 articoli. I dati, provenienti da un paper del centro studi Ceps, risultano alquanto lacunosi se non paragonati agli altri quattro paesi europei presi in considerazione: se la Francia presenta una situazione molto simile alla nostra, l’Ungheria, la Slovenia e, soprattutto, la Polonia, forniscono un’immagine molto diversa. Prendiamo come esempio proprio la Polonia e i laureati maschi: il valore medio di una laurea in Legge o in Economia è di 129, in Medicina è di 103, nelle materie scientifiche è 129 e in quelle umanistiche – udite, udite – è di 73. In Ungheria 82, in Slovenia 64 (ma 83 per le donne).
Certo, quel che risulta è l’istantanea di una società sempre più orientata verso il progresso scientifico e non verso la cultura umanistica. Però è lampante una sostanziale differenza fra Italia e Francia e gli altri 3 paesi considerati. Forse non sarebbe il caso di farci qualche domanda a tal proposito? Non eravamo forse noi che ad avere un ministro diventato celebre per aver detto «con la cultura non si mangia»?
Caro Stefano, sono d’accordo con te quando (nel tuo secondo articolo) dici che bisognerebbe informare di più i ragazzi che escono dal liceo. E magari, aggiungo io, pure quelli che escono dalle medie: un mio coetaneo dopo 4 mesi è passato da un istituto professionale per metalmeccanici a un liceo classico. Poi si è diplomato in 5 anni. Cosa ci faceva in un professionale?
Ma questo non vuol dire che una persona debba sentirsi in dovere di proseguire il proprio percorso di studi con una laurea scientifica. Come dicevi nell’ultimo articolo a riguardo, «scegliere col criterio dell’utilità rischia di creare studenti fuori corso a ingegneria o economia, pessimi commercialisti svogliati o fisici incompetenti». Ed è questa la strada giusta: due anni fa ho scelto di fare Matematica ma era un piccolo ripiego: la mia strada non era quella. È stata la proposta di collaborazione con un quotidiano (arrivata senza che contattassi il giornale) a sparigliare le carte in tavola e a farmi compiere la scelta (coraggiosa) di cambiare facoltà. È stata la scelta giusta, almeno me lo auguro. Il giornalismo per me è tutto e per raggiungere i miei obiettivi sono pronto a molti sacrifici, per la matematica no. Magari sarei diventato un buon matematico (chi lo sa?) però avrei vissuto sempre con il rimpianto di non aver provato a fare quello che davvero volevo. È un discorso poco utilitarista e alquanto romantico? Non mi importa: se si vuole combinare qualcosa di buono, si deve essere convinti di quello che si sta facendo.

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Questo è il mio piccolo contributo all’enorme discussione che è venuta fuori dopo i tuoi articoli: i dati devono servire a sciogliere indecisioni, non a far prendere decisioni. Chi scrive non appartiene a quella schiera di progressisti (come li descrivi tu nel quarto articolo) che dovrebbero essere preoccupati dal «darwinismo sociale che premia chi ha le competenze giuste e abbandona al suo destino chi ne è privo»: non credo che esistano competenze giuste e sbagliate, credo che chi vuole davvero sentirsi realizzato (non solo economicamente) e ha le potenzialità necessarie per riuscirci, debba provarci. Lo studio universitario è un hobby per chi se lo può permettere ma per gli altri no. E non è una questione di ricchezza ma di impegno: è giusto che un giovane studi quello che vuole con l’aiuto dello Stato, se lo fa in modo serio e non prendendo l’università come un passatempo dando un paio di esami all’anno. E questo indipendentemente dalla ricchezza familiare.
Non è forse il caso di cambiare un’economia che reputa inutile la cultura? È un percorso molto più complesso e difficile, ma penso che sia la strada giusta se si vuole appianare l’enorme divario che c’è oggi fra le facoltà.
Buon lavoro

Gli articoli:
1. Il conto salato degli studi umanistici (12.8.15)
2. Università, studiate quello che vi pare, ma poi sono fatti vostri (14.8.15)
3. Università, gli studi belli ma inutili e l’ascensore sociale bloccato (17.8.15)
4. Università utili, le obiezioni e il darwinismo sociale (19.8.15)

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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