Morire a Mattmark: quando i migranti erano italiani

Morire a Mattmark. Lultima tragedia dellemigrazione italiana
Toni Ricciardi
Donzelli editore – 2015 – 27 euro

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Il 30 agosto 1965, il ghiacciaio dell’Allalin franò e inghiottì le vite di 88 persone, tra cui 56 italiani,impegnate nella costruzione della diga in terra più grande d’Europa, a Mattmark, in Svizzera. Da tempo caduta nell’oblio, questa vicenda ha segnato profondamente la storia dell’emigrazione italiana e non solo: per questo, lo storico delle migrazioni Toni Ricciardi ha voluto ricordarla e analizzarla nel suo ultimo lavoro, Morire a Mattmark, frutto di ben quattro anni di ricerca.
Nonostante la Svizzera non sia mai stata vista come paese immigratorio, non erano pochi gli italiani che la sceglievano come meta del loro viaggio di speranza: «Piccola com’è è stata in grado di accogliere il 50% dell’emigrazione italiana: più di 2 milioni e mezzo di persone». Le storie dei migranti si somigliano un po’ tutte, e non fanno eccezione quelle dei lavoratori italiani che quel lunedì di cinquant’anni fa trovarono la morte: discriminazione («Minatori italiani… razza sfruttabile… Negri, e questo è tutto!» recita un articolo del 1917), maltrattamenti, atteggiamenti razzisti, scarsa sindacalizzazione, turni di lavoro lunghissimi, pessime condizioni igieniche e abitative, esposizione continua a pericoli; questi ultimi erano legati non solo «all’imprudenza o all’errore umano: si era in alta montagna, alle pendici delle Alpi, e le valanghe e gli smottamenti erano eventualità altamente probabili, di cui tener conto».

mattmark

Non furono tuttavia presi in grande considerazione i segnali di avvertimento lanciati dal ghiacciaio: «La costante caduta di pezzi di ghiaccio e le slavine che ostruivano le strade di comunicazione erano la quotidianità. Nessuno, nemmeno gli ingegneri e i capiturno, faceva più caso a questi segnali». Così, quel fatidico lunedì il ghiacciaio crollò e seppellì, sotto oltre 50 metri di ghiaccio e detriti, la mensa, le baracche e le officine, che per ragioni economiche erano state piazzate nel luogo maggiormente esposto. Tutto quel che rimase fu «un enorme letto di ghiaccio accompagnato da un assordante silenzio di tomba».
Uno degli elementi centrali del saggio, come ha sottolineato l’autore in un’intervista che ci ha gentilmente concesso, è quello della memoria: non dobbiamo dimenticare questo tragico evento, non solo per commemorare questi soldati, come li definì Dino Buzzati, vittime del progresso, ma anche per «riscoprire gli avvenimenti della storia italiana ed europea dell’immigrazione determinanti per capire cosa accade oggi, e per evitare che fatti simili si ripetano».
Si può dire, a mio parere, che la vicenda di Mattmark ha un lieto fine: su di essa si fondò il riassetto della strategia di sicurezza del lavoro, fu uno stimolo per approfondire il dibattito sul senso di uno sviluppo economico incontrollato, ma soprattutto contribuì a trasformare l’atteggiamento degli svizzeri nei confronti degli immigrati italiani: accomunati dalla stessa morte e dallo stesso dolore, cominciarono a considerarli degli uomini. Fu un cambiamento molto lento, che culminò nel 2010, quando il Cantone Vallese avanzò la proposta di inserire come patrimonio immateriale dell’umanità proprio l’italianità.
La storia raccontata da Ricciardi ci lancia un avvertimento: avremo bisogno anche noi di una Mattmark per cominciare a scorgere l’umanità nello «straniero»?

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