Immigrati: la verità ha il sapore della sconfitta

Cari amici, niente ironia o sarcasmo oggi, e nemmeno una goccia di sana presa per il culo: la serietà è d’obbligo quando si ammette un errore e noi lo stiamo per fare. Abbiamo sbagliato, nessun verbo è più adatto. Vi abbiamo informati sulla questione immigrazione sperando di combattere quel letame di ignoranza che si ciba di ossigeno e che passa da un leader politico ad un sito web dispensatore di menzogne. Purtroppo – e il nostro errore è stato non rendercene conto – in questo oceano di balle eravamo destinati ad affogare come una mano abbassata fra migliaia che si ergono a salutare romanamente il capo. Noi sappiamo e voi sapete, cari lettori, ma questo non ci bastava: volevamo provare a discutere con qualche fascistoide del terzo millennio, magari cercando di fargli capire che molte delle affermazioni che sente e che – nemmeno fosse un computer – ripete meccanicamente sui migranti sono solo menzogne. Volevamo provare a diffondere la verità, l’unica reale e non la «nostra» esclusiva. Forse inconsciamente non potevamo concepire una vittoria così schiacciante dell’ignoranza sulla conoscenza.

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Gli immigrati per essere considerati «profughi» non devono venire necessariamente da un paese in guerra, bensì – lo dice chiaramente la Costituzione – da Stati in cui non siano garantite le stesse libertà democratiche di cui noi godiamo. I famosi 35 euro che ogni immigrato si metterebbe in tasca ogni giorno consistono in una diaria di 2,50 euro, mentre gli altri vengono distribuiti in gran parte a chi si fa carico del suo alloggio e del suo mantenimento. Gli immigrati che si lamentano di qualcosa non sono degli «ingrati» perché nessuno sta facendo loro un favore: lo Stato italiano ha l’obbligo di ricevere e di provvedere al matteo-salvinisostentamento dei profughi e, in attesa di stabilire chi lo sia davvero, non può fare altro che occuparsi di tutti. Per gli immigrati, come per noi, vale la massima di Thomas More, secondo cui «è più facile che uno spirito fiero scelga di fare il ladro anziché il mendicante»: chiunque si trovi in uno stato di povertà assoluta non può fare altro che dedicarsi al furto o affidarsi alla carità altrui. L’uomo fiero diventerà un ladro. Senza voler proseguire con il discorso di Moro (che auspica l’equa spartizione dei beni), è lampante che la disperazione porta a gesti inconsulti.
Disperazione di diverso tipo: l’astinenza sessuale, la fame, il sentirsi inutili. Sono tutte angolature dello stesso problema: l’emarginazione. Con questo non intendiamo certo affermare la santità di tutti gli immigrati e nemmeno giustificare furti, omicidi, molestie o stupri: vogliamo come sempre indagare le vere ragioni di un comportamento: tolte le cause sparisce anche l’effetto.
Ma, dobbiamo rendercene conto, parlare di immigrazione con lucidità e consapevolezza in Italia significa parlare al vento: chi già sa si annoia e per questo smetterà presto di seguirci, chi non sa o – peggio – non vuole sapere, non vorrà neppure leggerci. Tempo perso, insomma.

Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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