Aylan. L’inutilità di un bambino

Non è strano? Aylan Kurdi, 3 anni, è diventato famoso morendo: stiamo parlando del bambino morto cercando di raggiungere la Turchia, il suo corpo esanime sulla spiaggia è stato immortalato da una fotoreporter e la foto ha fatto il giro del mondo rendendo Aylan – suo malgrado – il simbolo della tragedia chiamata «immigrazione». Il Manifesto ha messo in prima pagina l’immagine del cadavere del bambino, titolando beffardamente «Niente asilo», mentre altri giornali hanno deciso di mostrare la foto all’interno, oppure hanno semplicemente evitato di pubblicarla.

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I discorsi deontologici o etici sulla liceità di queste decisioni lasciano il tempo che trovano. Ci sembra più importante fare un’amara constatazione: è tutto inutile, come la battaglia di Don Chisciotte contro i mulini a vento. Un bambino e il suo fratellino di cinque anni – ignorato dalla coscienza collettiva perché del suo cadavere non ci sono immagini – sono morti e la tragedia mediatica di cui sono protagonisti sparirà presto come neve al sole della disumana indifferenza. Chi era «buono» rimarrà tale, chi era «cattivo» non cambierà certo idea.
Questa è la condanna inflitta ad Aylan: essere diventato il simbolo del dramma immigratorio senza però poter cambiare le cose. Ne parlavamo qualche giorno fa: tentare di trascinare verso la razionalità certi soggetti è uno dei più difficili compiti che l’essere umano possa darsi. Dobbiamo esserne tutti consapevoli. Analogamente ci è chiesto di renderci conto di come non si tratti di una distinzione manichea fra bene e male, fra buoni(sti) e cattivi, quanto fra razionalità e irrazionalità, fra consapevolezza e creduloneria. Per Aylan non c’è punizione peggiore di essere morto per niente: «Con la politica italiana ci sarebbe costato 50 euro al giorno. Meglio (che sia morto, ndr), così non ci costa niente e speriamo che succeda ancora». Queste sono le parole che più di qualche utente della rete ha vomitato dopo aver visto la foto del cadavere di un bambino di 3 anni riverso sulla battigia. Neanche una terapia d’urto funziona con chi non ferma la propria disumanità nemmeno di fronte alla morte di una creatura di tre anni.
Come leggerete nell’intervista a Massimo Fini firmata dal sottoscritto (in uscita domani), questo gigantesco esodo non è che agli inizi, di Aylan ne vedremo ancora tantissimi se l’irrazionalità non smetterà di imporsi sull’umana ragione. Ma qui stiamo entrando in un discorso che riguarda gli psicologi e i filosofi, non più coloro a cui è affidata una nazione.

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Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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