Aylan: io sono ancora Charlie e ne vado fiero

Era il 7 gennaio scorso e Parigi era sul piede di guerra alla ricerca dei due responsabili della strage nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. Il bilancio è di 12 morti (senza contare quelli nel supermercato kosher, che ha subito un attentato collegato a questo). Dodici persone avevano perso la vita per poter scrivere quello che volevano sulle pagine di un settimanale. Da lì si è alzata l’Europa intera al grido Je suis Charlie: «Siamo a fianco di Charlie Hebdo, siamo al fianco della libera espressione dell’individuo».
Settembre 2015, sono passati 8 mesi ma della rivista francese non parla più nessuno. Ed ecco che Charlie Hebdo torna prepotentemente – suo malgrado – alla ribalta: a scandalizzare l’opinione pubblica italiana sono due vignette che riprendono la storia del piccolo Aylan Kurdi, morto a 3 anni cercando di raggiungere la costa turca. Le trovate qui sotto.

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A parte l’incoerenza di fondo di chi prima sosteneva la libertà di espressione e poi, alla prima vignetta sgradita, si rimangia tutti i je suis; è assurdo scandalizzarsi tanto per due vignette (forti, terribili, ma incredibilmente efficaci) quando i giornali, la televisione e il web sono colmi ogni giorno di messaggi di odio, di menzogne pronunciate con deliberata cura, di contenuti molto più violenti e molto meno intelligenti delle vignette di Charlie. «Difendere la libertà di parola e la vita dell’uomo, non significa condividerne qualsiasi schifezza gli passi per la testa di pubblicare in nome di una non meglio identificata “libertà di satira” che non ha rispetto di niente e di nessuno», ha postato su Facebook lo scrittore – gay ma amico di Mario Adinolfi – Giorgio Ponte. Questo è ovviamente l’approccio sbagliato: difendere la libertà di parola e – aggiungiamo noi – di espressione, significa difenderla sempre, senza se e senza ma. Nessun compromesso: un’idea si può non condividere, si può criticare, si può attaccare ma non si può e non si deve impedire che essa venga espressa da chi ci crede. Con Charlie si ride, si sorride, si pensa, si diviene amareggiati e alcune volte ci si incazza. Se non volete ridere, sorridere, amareggiarvi e incazzarvi, fate a meno di comprarlo e fate anche a meno di fare pubblicità a un prodotto che giudicate «cattivo». Questa è la libertà di espressione, questa è la democrazia.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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