Immigrazione, Gianfranco Fini: «Serve una soluzione europea»

Gianfranco Fini, fuori dal parlamento dal 2013, ha fatto parte del Fronte della Gioventù dove si guadagnò la stima del segretario Msi Giorgio Almirante, del Movimento Sociale Italiano, per poi rinnovare il partito verso una politica più moderata con Alleanza Nazionale. Dopo l’uscita dal Popolo delle Libertà di Silvio Berlusconi, fonda nel 2011 Futuro e Libertà. Alle elezioni 2013, in coalizione con Scelta civica di Mario Monti, il suo partito prende lo 0,5% e quindi non entra in Parlamento. Elemento «atipico» della destra italiana, si è per esempio, mostrato favorevole ai matrimoni per le coppie dello stesso sesso.


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È d’accordo nel definire l’ondata migratoria degli ultimi tempi un’«invasione»?
I numeri sono impressionanti: si parla di centinaia di migliaia di persone che tentano di raggiungere l’Europa con ogni mezzo e le previsioni per il futuro sono ancora più esplicite nel dire che questo esodo si ingrandirà. Non a caso lo si è definito «biblico». Non uso il termine «invasione» perché forse è inappropriato ma è una questione di enorme rilevanza che non può essere sottovalutata.

Il governo italiano sta agendo in modo adeguato?
Nessun governo nazionale – e quindi nemmeno il nostro, a prescindere da chi è a Palazzo Chigi – può pensare di affrontare un tema di così vasta portata in modo autosufficiente. È una mera illusione dire «L’Italia ci pensa da sola». La risposta dev’essere cercata in sede europea oppure, come dimostrano anche i recenti avvenimenti, c’è il rischio che nessun paese si senta garantito circa la possibilità di un governo di arginare il fenomeno dell’immigrazione. Sono illusioni anche quelle di chi dice «Rispediamoli a casa» oppure di chi vuole costruire muri per cercare di evitare il fenomeno. Per tornare al discorso iniziale, si tratta di capire cosa si intenda quando si parla di «risposta europea»: occorre innanzitutto distinguere fra i migranti i richiedenti asilo, che vengono da paesi in cui è in corso una guerra, e che hanno il diritto di ottenerlo tramite apposite procedure decise in sede europea e non da parte dei singoli Stati. Poi bisogna che l’accoglienza di costoro sia a carico dell’Unione europea e non, come affermato dal trattato di Dublino, dal paese che per primo riceve quei migranti. Ci sono poi i migranti spinti dalla fame e dal bisogno economico e nei confronti di essi devono valere le leggi dei singoli Stati. Per quanto riguarda l’Italia la legge che porta il mio nome e quello di Bossi: il permesso si soggiorno lo hai se hai un contratto di lavoro, altrimenti ti devo rimpatriare.

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Ritiene che la Bossi-Fini sia ancora uno strumento efficace per controllare l’immigrazione?
Vista la dimensione numerica sarebbe opportuno che i rimpatri fossero anch’essi gestiti a livello europeo. La Bossi-Fini è adeguata solo per una minoranza di coloro che cercano di arrivare in Italia. Quando fu fatta questa legge (2002, ndr), il rapporto tra chi chiedeva il diritto d’asilo e chi veniva nel nostro paese per lavorare era molto diverso dal rapporto odierno: di 10 che arrivano in Europa, ora ce ne sono almeno 6 che richiedono diritto d’asilo. Tenga presente che nel testo che approvò il Parlamento e che fu presentato da me e dall’onorevole Bossi non era comunque previsto il reato di clandestinità, quello è stato successivamente votato dal Parlamento ma senza il mio voto perché ero il Presidente della Camera (che non partecipa alle votazioni, ndr). Non condividevo la scelta di introdurre questo reato penale, perché determinò solo la moltiplicazione del numero di detenuti.

In occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia, nel 2011, Napolitano dichiarò che «senza il contributo degli immigrati lavoratori non potremo guardare alla realtà e al futuro dell’Italia». Come commenta questa presa di posizione?
C’è un dato demografico: l’Italia è un paese a bassa natalità e ci sono tanti lavori che vengono svolti ormai da immigrati regolari, pienamente integrati, che pagano i contributi. Una situazione come quella italiana a lungo termine porrebbe il problema del pagamento delle pensioni: siamo un popolo sempre più vecchio quindi se non c’è un ingresso nella forza lavoro di giovani generazioni c’è il rischio di uno squilibrio. La Storia italiana, poi, per molto tempo, è stata una storia di emigrazione, soprattutto all’inizio del secolo scorso. Emigrazione che ha riguardato non solo il Sud ma anche il Nord. Un paese come il nostro dunque dev’essere consapevole dell’importanza di politiche di immigrazione volte a garantire la parità di diritti e di doveri.

Secondo lei sarà possibile un’integrazione fra italiani e stranieri?
Sì, ma integrare significa fare in modo che non solo le leggi del nostro paese, ma anche i principi e i valori del nostro paese, vengano rispettati da chi viene qui e da chi qui mette al mondo dei figli. Li ho chiamati la «Generazione Balotelli»: cittadini italiani che non solo parlano la lingua ma anche il dialetto. La grande sfida culturale riguarda l’integrazione del mondo musulmano, perché l’Islam non si riconosce in due princìpi che sono cardine della nostra società occidentale: la laicità delle istituzioni, perché le religioni sono un fatto individuale e privato, e il fatto che il bene pubblico debba essere sempre superiore a quello privato. L’altro aspetto sull’integrazione è quello del concetto di nazione: in Europa una nazione è un popolo che ha una sua identità legata al territorio in cui vive. Un’identità storica e linguistica soprattutto. Nel mondo arabo-musulmano la nazione ha una matrice religiosa: l’islamico si sente figlio della comunità sia che egli viva nelle Filippine sia che viva a Roma. Il dibattito oggi è fra due modelli: in Europa si sono confrontati per anni il cosiddetto «assimilazionismo francese» e il «multiculturalismo britannico»: quest’ultimo lo considero estremamente pericoloso, in quanto ha portato ad esempio alla formazione di corti islamiche che applicavano la shari’ah (la legge islamica, ndr). È evidente che non si tratta di integrazione se si hanno delle comunità all’interno della comunità nazionale. Comunità che preservano usi e costumi propri ma che fanno anche ricorso alle loro leggi e alle loro istituzioni.

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