Immigrazione e poveri italiani: una bozza di soluzione

Ultimamente va di moda il collegamento fra il problema dell’immigrazione e quello della povertà: «I “clandestini” vengono mantenuti dallo Stato quando ci sono gli italiani che muoiono di fame» è uno dei mantra classici di molti schieramenti politici soprattutto della destra più estrema. Un parallelismo come questo è semplicemente assurdo: cosa c’entrano gli immigrati, clandestini o meno, con i cittadini italiani che vivono sotto la soglia di povertà?

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Visto che ci si accusa spesso di essere solamente distruttivi e di non proporre mai qualche soluzione ai problemi che facciamo emergere, oggi – eccezionalmente – ci cimenteremo in questa impresa che di norma non ci competerebbe. Partendo dalla frase suddetta, possiamo immaginare che il motivo di tale uscita sia qualcosa del tipo «Lo Stato non ha soldi per gli italiani ma ne ha a bizzeffe per gli immigrati». Bene, iniziamo a sottolineare che l’Italia ha il dovere di accogliere chi arriva finché non è comprovato che sia un clandestino e non un «profugo» o un «rifugiato». Visto che nessuno ce l’ha scritto in fronte, è abbastanza banale appurare come sia difficile fare una distinzione ed è altrettanto ovvio che, finché non si ha l’assoluta certezza, non si può espellere nessuno. Quindi, nel caso in cui un conatus di spinoziana memoria ci impedisse di accogliere tutti per procedere alla separazione fra profughi e clandestini, l’unica soluzione sarebbe quella di mandare in vacca la Costituzione e la Convenzione di Ginevra. È questa l’ultima spiaggia?
Forse sì, però è innegabile che ci siano altre strade – meno drastiche – percorribili: una su tutte, ed ecco la nostra proposta, è quella di trovare i soldi per aiutare gli italiani in difficoltà e al contempo gestire l’arrivo degli immigrati in un modo simile a quello odierno. Il problema dei soldi si risolve molto velocemente – se se ne ha la volontà – andando a pescare tra gli sprechi e gli ammanchi. Una legge seria e dei controlli seri potrebbero ridurre drasticamente l’evasione fiscale che nel 2013 ammontava a 180 miliardi di euro (su un imponibile di circa 350 miliardi, pari a metà degli interessi pagati dallo Stato per il debito pubblico); una legge serie porterebbe a ridurre la corruzione, che costa all’Italia 60 miliardi all’anno. Da notare che con 180 miliardi si potrebbero dare, ricorda Carlo Troilo sul Fatto.it, 1.800 euro al mese a ciascuno degli 8 milioni di poveri censiti dall’Istat. In altre parole, basterebbe eliminare il sommerso per eliminare la povertà. Ma non c’è solo questo: si potrebbero ridurre gli introiti dei parlamentari: un senatore o un deputato – dati in media – ogni mese si prende 5.000 euro di stipendio, 7.000 netti di rimborsi esentasse (automatici e pagati in modo molto «sportivo» con pochi controlli) e circa 1.850 euro per il cosiddetto «esercizio di mandato». Basterebbe dimezzare queste cifre – e nessun parlamentare morirebbe di fame o di stenti – per risparmiare circa 400.000 euro a parlamentare nell’arco di una legislatura. Poi, se invece di trasformare il Senato in un dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali, ci si limitasse a dimezzare il numero dei parlamentari, si risparmierebbe anche lì parecchio.
Questa è solo un’idea, nel suo complesso difficilmente attuabile ma che ha così tante varianti da poter essere almeno presa come spunto per risparmiare senza uccidere i cittadini o gli immigrati. È così complicato? Ci sono arrivato persino io: ho un diploma di liceo scientifico.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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