A 45 anni dalla morte, onore a Jimi Hendrix

Lo è stato, lo è, e sempre lo sarà. Jimi Hendrix è ancor oggi da tutti considerato il miglior chitarrista che ci sia mai stato soprattutto per l’innovazione che apportò alla musica. Negli anni ’60, soprattutto in America, la musica era distintamente divisa fra blues e jazz, tra musica per i bianchi e quella per i neri. Jimi riuscì invece a mescolare i vari tipi di musica attraverso un’inedita fusione di blues, soul, hard rock, psichedelia e funky, non preoccupandosi di rispettare un genere o uno stile, ma solamente cercando le giuste note e diventando così precursore del sound di quello che sarebbe stato il futuro rock.
Secondo la classifica stilata nel 2011 dalla rivista Rolling Stone, è stato il più grande chitarrista di tutti i tempi. Si trova infatti al primo posto della lista dei migliori 100, precedendo Eric Clapton e Jimmy Page.download

Una delle cose che sorprendono di più di questo grande artista è la tenacia con la quale ha inseguito il suo sogno: egli infatti passò anni patendo la fame lontano da casa, suonando in tutti i locali prima che Chas Chandler, membro degli Animals, lo notasse su suggerimento di Linda Keith e lo portasse in Inghilterra, facendo sì che il mondo si rendesse conto del grande talento che rischiava di farsi sfuggire. Tuttavia le difficoltà di Hendrix non finirono con il suo successo: pochi appoggiavano il suo nuovo modo di interpretare la musica, compresi i grandi del tempo come il chitarrista Eric Clapton, e difficilmente i bianchi riuscivano ad andare al di là della sua etnia nel valutare il suo talento. Infatti in quegli anni la discografia era molto settoriale e la musica che si riteneva appartenesse alla «razza dei neri» veniva trasmessa solo per un pubblico che facesse parte di quella stessa comunità, e ci volle un successo pressoché planetario perché la sua chitarra sorpassasse tutte le barriere di genere.

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Oltre alle innovazioni appena descritte, egli riuscì anche a rivoluzionare il modo in cui venivano concepite le esibizioni live. La prima piccola rivoluzione accadde nel giugno del 1967 quando il gruppo di Jimi – «The Jimi Hendrix Experience» – venne invitato, tramite Paul McCartney, alla storica edizione del Monterey International Pop Festival, dove il chitarrista suonò la sua Fender Stratocaster in un modo mai visto prima, con i denti, dietro la schiena, contro l’asta del microfono e contro l’amplificazione, arrivando addirittura, alla fine dell’esibizione, a darle fuoco al fine di sottolineare la sua necessità di estrarre nuove sonorità da tale strumento e esplicando una evidente insofferenza per le sue canzoni che, ormai suonate da troppo tempo, erano diventate per lui obsolete. Tale evento consacrò il chitarrista e la sua band in tutti gli Stati Uniti, uno degli ultimi paesi che ancora disdegnava le sue sonorità, e fece si che il suo modo di esprimersi con la sua Fender rimanesse stampato a caratteri di fuoco nella mente delle persone, che dopo allora aspettavano con ansia che bruciasse la propria chitarra alla fine di ogni concerto.
Una tra le esibizioni più memorabili di Hendrix fu la sua partecipazione al famoso festival di Woodstock del 1969, che fu uno degli eventi più significativi della musica degli anni sessanta e del pensiero pacifista di quel periodo, dove il famoso chitarrista suonò The Star-Spangled Banner, inno degli Stati Uniti, trasfigurandolo e intervallandolo con feroci simulazioni sonore di bombardamenti e mitragliamenti. Tale esibizione era stata pensata dall’artista come aspra critica nei confronti della guerra del Vietnam, che stava mietendo molte vittime in America, ed è stata simbolo della funzione che aveva la  musica in quegli anni. Jimi infatti, come molti altri artisti di quell’epoca, non ricercava solo nuove sonorità e armonie ma, cercava di inviare messaggi importanti attraverso le sue canzoni, con critiche costruttive e denunce politico-sociali, cercando nel suo piccolo di cambiare il mondo e di responsabilizzare le genti.
In conclusione la musica di questo grande artista è stata significativa per gli anni sessanta e continua a dare lezioni di vita ancora oggi, in una società dove la musica è diventata solamente un insieme di canzoni usa e getta che non portano più messaggi di critica costruttivi per la società. Forse sarebbe opportuno ricordarsi che se vogliamo cambiare il mondo in cui viviamo, non dobbiamo adagiarci nel conformismo e in un mondo in cui tutto sembra diventato fugace e monouso, ma dobbiamo invece uscire dagli schemi e cercare di trovare nuovi modi, magari anche inaspettati e irruenti, di vedere le cose per riuscire a dare uno scossone alla nostra società, come è stato in grado di fare Jimi Hendrix.

Luisa Bizzotto

Laureata all'Università di Padova Ingegneria Chimica e dei Materiali, frequento il corso internazionale Susteinable Technologies and Biotechnologies for Energy and Materials presso l'Almamater Studiorum Università di Bologna. Scrivo per La Voce che Stecca dal 16 luglio 2015 e su queste pagine mi occupo di cultura, musica e sport, ma soprattutto di scienza, la mia passione.

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