La falsa verginità

Pippo Civati ha perso: la sua campagna di raccolta firme per un referendum non ha permesso a Possibile di raggiungere quota 500mila. Di sicuro causa di questo risultato è la frettolosità che si è avuta nell’organizzazione: raccogliere 300mila (secondo il leader del movimento nel suo blog) firme in un’estate è già un risultato che va oltre ogni aspettativa, mezzo milione però sono oggettivamente troppe, soprattutto per un gruppo di persone che sta muovendo i primi passi e che non è presente in modo capillare sul territorio. Peccato, non c’è che dire: sarebbe stato stupendo vedere cosa avrebbero detto gli italiani sulla questione delle trivellazioni, sulla legge elettorale, sul jobs-act e sulla «Buona» Scuola. Purtroppo però – per una serie di colpe che sarebbe troppo lungo collegare a ciascuno dei responsabili del fallimento di questa mission impossible – non sarà possibile farlo.

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Prima ancora di Pippo Civati che ha fatto la figura dell’ingenuo a tentare di raggiungere questo traguardo da solo, responsabili sono i cittadini che non hanno creduto nell’impresa o che forse hanno qualche conto aperto con l’ex deputato Pd. È difficile rifarsi una verginità dopo essere stati dentro un partito che ha appoggiato i governi Monti, Letta e Renzi, e soprattutto che non ha fatto una seria opposizione ai governi di centrodestra che si sono succeduti nell’ultimo ventennio. È ininfluente che Civati abbia partecipato attivamente o meno a questa debacle della sinistra: quel che conta è che a questo partito, fino a pochi mesi fa, apparteneva anche lui. Non esiste una legge secondo cui l’unico grande partito di sinistra debba essere il Pd, e nemmeno è prescritto da qualche parte che non si possa uscire a legislatura in corso: Civati non aveva nessuno, fuorché se stesso, che lo trattenesse dentro il Partito Democratico (prima Ulivo e tutti quegli Giuseppe_Civati_-_ijf10altri nomi da Melevisione). Ora è inutile che Civati, pur uscendo perdente da questa sfida, dica di essersi accorto che «fuori dal Pd la politica è una cosa straordinaria»: prima di imbarcarsi in imprese quasi impossibili, sarebbe bene dimostrare ai cittadini che la propria permanenza nel partito del Presidente del Consiglio è stato un tragico errore e che ora si è invece pronti a voltare pagina. È altrettanto inutile fare la figura del «chi s’accontenta gode» intervistato dalla redazione romana de la Stampa: il comportamento di Pippo ricorda quello di Grillo dopo la «sconfitta» (per modo di dire) alle Europee dello scorso anno: se si scommette tantissimo, anche un risultato parziale risulta deludente.
Se dobbiamo, per concludere, dare un giudizio sul tentativo di referendum di Possibile, ci sentiamo di promuovere completamente l’idea perché è legittimo che i cittadini abbiano modo di esprimere la propria opinione di fronte a temi di così grande portata; ma, come abbiamo già detto, non possiamo che bocciare in tronco il modus operandi: ci si è mossi tardi e si è tentata – a dispetto del nome del movimento – una missione davvero impossibile, il cui fallimento, per quanto non auspicato da chi scrive, era tutto sommato prevedibile.
Chi ora dileggia Civati lo fa per conservare ancora una volta il suo seggiolino sul carro del vincitore: l’ex Pd è stato coraggioso e per questo va eventualmente criticato, ma non preso in giro.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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