Bicameratismo perfetto

«Addio vecchio Senato», titolava l’Unità di ieri: «Verso l’Italia semplice. La maggioranza regge e parte con 172 Sì all’articolo 1». «Non sono io l’eroe della giornata – spiega, intervistato dal quotidiano diretto da Erasmo D’Angelis, il senatore Cociancich, autore del “canguro 2.0” che ha permesso di saltare gran parte degli emendamenti – ma il vero eroe è la senatrice Finocchiaro». A parte il lecito stupore nel leggere «eroe» e «Finocchiaro» nella stessa frase, è doveroso riconoscere al partito di Renzi la grande vittoria ottenuta giovedì: l’abolizione del Senato elettivo e del bicameralismo perfetto è uno dei grandi traguardi delle riforme renziane. Ma cosa comporta questo? Desideriamo occuparcene perché, pur essendo consapevoli che per il cittadino comune argomenti così astratti possono apparire lontani dalla quotidianità, siamo altrettanto convinti che si possa giocare bene solo dopo aver stabilito delle regole serie.

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L’abolizione del bicameralismo perfetto era necessaria? Sì, risponderebbe un renziano, essenzialmente per due motivi: 1. per tagliare i tempi di approvazione di una legge; 2. per tagliare il costo del Parlamento: i nuovi regional-senatori lavoreranno gratis, unico riconoscimento sarà un’immunità alla quale diversamente non avrebbero diritto. È vero: fra Camera e Senato, dall’inizio della legislatura, sono stati necessari circa 190 giorni per approvare una legge, ma è anche vero che, in casi di emergenza, esistono i decreti-legge e rimini-renzi-6751questi – oltre ad essere operativi seduta stante – vengono approvati in media in 44 giorni. Non così tanti, dopo tutto. Per quanto riguarda invece il costo degli stipendi dei senatori, anche qui si tratta di un problema risolvibile in tutt’altro modo: bastava dimezzare il numero dei deputati, dimezzare anche quello dei senatori e infine dimezzare loro gli introiti. Si risparmiavano tre quarti anziché circa un quarto.
Ma cosa sarà adesso il Senato? Semplicemente un dopo-lavoro per alcuni sindaci e consiglieri regionali, premiati con l’immunità parlamentare. Se non verranno azzerate tutte le Regioni, rimarranno quegli sfasamenti che porteranno poi a un dentro-fuori annuale che renderà effimera ogni tentata coalizione di senatori. Chi li sceglierà? I cittadini per una piccolissima parte, votando – alle elezioni regionali – anche in un piccolo listino di coloro che vogliono fare il doppio lavoro. Ma la lista sarà poi approvata – o modificata – dal consiglio regionale appena eletto. Quindi il volere popolare passa inevitabilmente in secondo piano.
Viene insomma tolto il naturale contrappeso alla Camera per ottenere, citazione Marco Travaglio, un «bicameralismo incasinato», alla faccia dell’«Italia semplice» di cui parlava l’Unità ieri mattina. Chapeau.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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