Marinus: «fumus persecutionis Romanis gentibus»

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Marino si è dimesso: il pressing di tutta la politica – romana e non – è servito a qualcosa. Rimandando ai posteri l’ardua sentenza sulla questione, basti sapere che chi scrive – pur non avendo mai attaccato l’ex sindaco di Roma a oltranza – ritiene che le dimissioni siano un obbligo morale nel caso in cui venga a mancare il rapporto di fiducia che lega amministratori e amministrati. Basta un dubbio e il danno è fatto.

Ci si chiede perché il Pd abbia premuto così tanto per le sue dimissioni quando ha salvato personaggi come Azzollini e Calderoli. Che Marino non fosse un grande sindaco lo sapevamo da un pezzo. L’unica virtù che teneva in piedi questo signore era la supposta onestà: «Non sarà uno statista però è una persona perbene», era la giustificazione di tutti coloro che l’appoggiavano ancora. Ora però, a causa di alcune cene di dubbia utilità pubblica pagate con la carta di credito del Comune, anche questa qualità sembra traballare. Ed ecco il Pd che, unito e compatto come mai si era visto prima, gli intima di lasciare il Campidoglio. Malelingue maliziose (alle quali chi scrive non crede minimamente) insinuano che nel caso Marino non ci fosse alcuna convenienza a tenere in piedi la baracca. Potrebbe anche essere, però – indipendentemente dal fatto che Marino sia colpevole di peculato – questa volta è difficile dar torto al Pd: chiunque, Calderoli e Azzollini in primis, deve lasciare la carica pubblica di cui è titolare quando la sua onestà è messa in discussione, salvo poi tornarci non appena riabilitato. Nelle prossime ore sapremo di più su questa faccenda, ma per adesso sembra tutto fumus persecutionis, sì però Romanis gentibus.

Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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