Scienza: l’omosessualità è «contro natura»?

In questo periodo capita spesso di leggere, tra le opinioni degli utenti dei social network, o nelle pagine di qualche sito pseudo-religioso, che l’omosessualità sarebbe «contro natura». La prova? L’accoppiamento con un individuo dello stesso sesso non può portare alla riproduzione, e di conseguenza non ha alcun ruolo nella conservazione della specie, il fine per cui siamo stati «programmati» dall’evoluzione. Ma è davvero così?

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Riflettiamoci: non tutti i tratti che si presentano oggi hanno necessariamente un’utilità adattativa. Spesso sono sottoprodotti dell’evoluzione di altri tratti, e possono essere inutili, come l’ombelico, o le cortissime zampette anteriori del T-Rex, o aver sviluppato una loro funzione in seguito. Inoltre, la selezione naturale non sempre favorisce il singolo individuo, ma l’intera specie: pensiamo ad esempio alle colonie di api, dove l’ape regina è l’unica femmina fertile. Insomma, l’evoluzione non è così lineare e perfetta come una visione ingenua e semplicistica può far pensare. A volte fa disastri: il povero pavone, vanitoso della sua grande e colorata coda che piace tanto alle femmine, sarà assai impacciato se si troverà in una situazione di pericolo; così come l’usignolo, il cui dolce canto attrae non solo le possibili partner, ma anche temuti predatori.
L’omosessualità potrebbe essere un sottoprodotto dell’evoluzione, ma si può anche sostenere che si tratti di una predisposizione selezionata per la sua utilità adattativa. Diversi sono stati i tentativi di rintracciare una spiegazione di questo genere: alcuni hanno per esempio sostenuto che gli individui omosessuali assumono una funzione di protezione nei confronti dei parenti, favorendo così la loro riproduzione e la trasmissione anche dei propri geni. Secondo altri, esiste un allele «omo» che, associato a quello «etero», comporta un consistente vantaggio riproduttivo, mentre due alleli «omo» implicano l’omosessualità: ciò spiega in che modo questo tratto è sopravvissuto per generazioni pur non potendo venire trasmesso direttamente da chi lo manifesta. Telmo Pievani, con la sua sottile ironia, suggerisce anche una spiegazione alternativa formulata a partire da una scoperta recente: potrebbe trattarsi di una variante sul cromosoma X, che nel maschio si manifesta come omosessualità e quindi implica una scarsa possibilità di riprodursi, ma ciò è compensato da una maggiore fertilità nelle donne.
Queste spiegazioni hanno dei punti deboli, e l’origine dell’omosessualità rimane in realtà un mistero. Quel che è certo, però, è che se una caratteristica sopravvive così a lungo deve avere qualche vantaggio evoluzionistico.

Il comportamento sessuale orientato verso individui dello stesso sesso, inteso non necessariamente come accoppiamento, ma semplicemente come un insieme di atteggiamenti che tipicamente lo accompagnano, è stato osservato in un gran numero di specie animali, tra cui mammiferi, uccelli, rettili, anfibi, insetti, molluschi, vermi, e presenta indubbi vantaggi sia dal punto di vista sociale, sia riproduttivo. L’omosessualità è infatti un vero e proprio collante che stabilisce, conserva e rafforza le relazioni sociali; può diminuire i conflitti, aumentare il numero di individui fertili disponibili o «rimuovere» quelli in eccesso.
Se l’omosessualità è un tratto selezionato direttamente, significa che comporta dei vantaggi; ma anche se è un semplice effetto collaterale dell’evoluzione, ha sviluppato delle proprie funzioni e ha saputo dimostrare la propria utilità. Le relazioni omosessuali non si possono dunque definire «inutili» e perciò «contro natura».

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