Questioni di popolarità e di buon senso

sei antipatico, come me, o almeno così risultiamo: siamo troppo schietti e troppo impegnati a raggiungere i nostri obiettivi», mi ha fatto presente un’amica scrittrice ieri. Devo dire che non ho mai giudicato troppo importante il giudizio degli altri: le persone a cui tengo sanno chi sono e come sono fatto, gli altri possono anche andare al diavolo. Gli amici li aiuti e ti aiutano, gli altri li usi e ti usano, nulla di cinico: solo realtà. Casus belli di questo ragionamento è un’intervista, programmata a inizio agosto e rimasta in stallo per un paio di mesi sino a ieri; intervista che non si è mai svolta, ma che è stata comunque anticipata da frasi come «Tu mi usi per aumentare la tua popolarità». Frasi carine e gentili insomma.
cropped-10912970_1405275839765343_496110764_n1.jpgLa Voce che Stecca, prima di diventare qualcosa di cui mi continuo a stupire ogni giorno, era nata per farmi leggere e per avere qualcosa da mandare ai giornali per propormi come collaboratore. Anche qui cinismo? Non mi pare. Mi auguro ancora che questo blog funga da trampolino di lancio, con le sue migliaia di lettori, per me e per i miei collaboratori, se ce lo meritiamo. Che questa funzione sia scesa in secondo piano è indubbio ma è altrettanto impensabile che possa scomparire: dovremmo forse, per evitare di «usare» la Voce per questioni personali, smettere di firmare gli articoli? Anche se fosse, mi risulta difficile cogliere la scorrettezza insita in questo comportamento.
Sono pienamente consapevole, col mio stile e la mia grazia «da elefante in una cristalleria», di poter risultare antipatico soprattutto a chi non la pensa come me. Posso farmene una ragione, non è così difficile. Se chiedo un favore a qualcuno che non mi sopporta, sono ben disposto ad accettare un no; come sono pronto al rifiuto – per qualunque ragione – degli amici: ognuno ha i suoi motivi per accettare o meno di aiutarmi. Sono le motivazioni a rendermi a dir poco perplesso: usare un’intervista, che avevo intenzione di proporre anche a un noto quotidiano (di certo non avverso al punto di vista dell’intervistata), per aumentare la propria popolarità è qualcosa che solo qualcuno che di giornalismo non si è mai occupato può pensare.
Mi scusino i lettori se sto un po’ parlando a ruota libera però ho la piccola presunzione che queste parole – che non hanno l’ambizione di essere verità assolute – possano essere un importante spunto di riflessione e di discussione. Dicevamo: secondo questa persona, grazie alla sua intervista (poi rifiutata dal quotidiano in questione) avrei potuto farmi assumere. Forse l’intervistata è la prima ad essere «arrogante» (aggettivo che ha rivolto a chi scrive) o almeno un po’ presuntuosa: può essere l’inizio ma non certo una garanzia: se il pezzo fosse piaciuto a quel quotidiano, forse avrei avuto una «corsia preferenziale» per proporne altri. Ma se il punto fosse stato solo l’intervista (la cui qualità dipende, più di quando si creda, anche da chi pone le domande), me l’avrebbero pubblicata e poi sarebbe finita lì. Anzi, mi sarebbe andata anche male perché avrei dimostrato di non saper approfittare di una così ghiotta occasione.
Questa storia, insieme a quella di una ragazza che mi ha chiesto soldi per essere intervistata, è la dimostrazione che alcune (spero non molte) persone parlano di argomenti che non conoscono avendo la presunzione di dire cose sensate. Per me la questione è chiusa, come il rapporto con la diretta interessata (persona che stimavo e che continuo a stimare), ma un po’ di amaro in bocca mi è rimasto.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

Rispondi

Shares