L’università non dev’essere per tutti

La cultura non deve essere democratica. Di loro natura elitari, studio e conoscenza rischiano di perdere quell’aura di importanza che avevano fino a qualche decennio fa. Il processo di democratizzazione della cultura è iniziato forse addirittura più di 50 anni fa, con il tanto osannato boom economico che ha portato anche l’operaio ad avere la Topolino: dalla Fiat al mondo intero, un crescendo di volgarizzazione dell’attività intellettuale che ha portato solo danni. 

university-105709_640

Dall’erroneamente elitario «Continui gli studi se te lo puoi permettere» si è passati al «Continui gli studi in ogni caso». Il lettore attento avrà notato che, apparentemente in modo superficiale, sinora si è identificata la cultura con il possesso della laurea. Siamo d’accordo che si tratti di una generalizzazione forse eccessiva, ma qui si sta parlando di cultura umanistica o scientifica che, a parte rarissimi casi di talenti autodidatti, si apprende nelle aule degli atenei.
univLa cultura deve appartenere a chi sa utilizzarla nel modo corretto: aver studiato di solito significa anche aver appreso qualcosa come, per esempio, la consapevolezza di non poter essere degli esperti in tutti i settori, tallone d’Achille di molti «intellettuali» di oggi. Non vogliamo assolutamente mettere la questione sul piano classista: deve frequentare le aule universitarie solo chi se lo merita, indipendentemente dal suo reddito. Come possiamo spiegarci il fatto che nel 1960 gli studenti universitari in Italia fossero meno di 250mila e nel 1996 più di un milione e mezzo? Difficile pensare che la popolazione sia sestuplicata.
Rendere la cultura accessibile a tutti, magari anche a chi non avrebbe gli strumenti intellettuali e culturali per comprenderla, significa abbassarla a mera vox vulgi, una volgarizzazione strumentale per il raggiungimento di un’apparenza di democrazia e di uguaglianza. La conoscenza porta alla libertà, non la cultura fine a se stessa o destinata all’applicazione. Non occorre avere una laurea per raggiungere quella consapevolezza che ci permette di non essere più schiavi dei giudizi degli altri: è sufficiente saper ascoltare a mente aperta.
Solo in una società che insegue l’apparenza bisogna iscriversi all’università per agguantare una posizione di prestigio: vuoi che nessuno sia più adatto per fare un mestiere senza necessità di una laurea?

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

2 pensieri riguardo “L’università non dev’essere per tutti

  • novembre 4, 2015 in 1:00 pm
    Permalink

    Io credo che la cultura debba essere accessibile a tutti: tutti devono avere la possibilità di sviluppare la propria, e anche di frequentare le aule universitarie e di ottenere una laurea. No, la popolazione non è sestuplicata, almeno non credo, semplicemente c’è più benessere, anche più apertura mentale se vuoi; a volte il contrario, chiusura mentale, nei casi non rari in cui si sceglie di iscriversi all’università perché «oggi si fa così» e «chi non studia non vale niente». Il problema è, come dici anche tu, che l’avere una cultura viene spesso ridotto all’essere in possesso di una laurea. Invece è ben altro, e la laurea non è condizione né necessaria né sufficiente per avere una cultura. Ma è un inganno in cui cadiamo tutti prima o poi. Quel che conta, e mi sembra di coglierlo anche nel tuo pensiero, è acquisirne la consapevolezza; capire che oggi l’università tende a specializzare talmente tanto in un certo ramo, che a quel punto non tutti i laureati possono vantare una generica «cultura». Infine, non credo che rendere la cultura accessibile a tutti comporti la sua «volgarizzazione»: solo alcuni potranno farla davvero propria. Il problema è sempre quello: come la cultura viene percepita e definita.

    Risposta
  • novembre 4, 2015 in 3:23 pm
    Permalink

    Come diceva Pasolini, che in questi giorni tutti nominano solo perché i media hanno strombazzato il quarantennale della sua morte, ogni diritto si porta appresso un dovere. Il diritto allo studio deve presupporre il dovere di studiare e non di cazzeggiare per le aule degli atenei solo perché papà ti mantiene. Il diritto al lavoro presuppone il dovere che lo Stato ha di garantire una adeguata formazione professionale che non necessariamente coinvolge l’università. Nel momento in cui riteniamo che il corso di studi inizi dalle elementari e finisca con una laurea, abbiamo perso di vista l’obiettivo primario dello studio che è quello della formazione professionale di tutti e non della costruzione di un parcheggio di lusso in cui esercitare le proprie velleità.

    Risposta

Rispondi

Shares