«Simili», un disco inutile (e dannoso) firmato Pausini

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È uscito ieri «Simili», il nuovo disco di Laura Pausini, «il primo da mamma» come ha ammesso a Vanity Fair. Questo ci permette una piccola riflessione sociologica: esiste ancora qualcuno che ha bisogno di inediti della cantante che ce l’ha come tutte.
Evidentemente il coro di aquile presso cui si era trattenuta negli ultimi mesi ha trovato un rimpiazzo oppure aveva finalmente realizzato di avere un’intrusa nelle sue fila, così arriva «Simili», che si porta inevitabilmente dietro un domanda: «“Simili” a cosa?». Ascoltando il singolo Lato destro del cuore, firmato Biagio Antonacci, si capisce che la Pausini ha deciso di seguire la sua pluriennale fortuna di cantante di massa. Più che «Simili» forse andava bene «Uguali»: è difficile trovare una ragione che spieghi l’acquisto di un album che non fa altro che ripetere lo stile di una vita. Nonostante i tantissimi autori alle spalle della Laura nazionale – Antonacci, Tony Aiello, Jovanotti, Giuliano Sangiorgi dei Negramaro e tanti altri –, come De André che rendeva suo anche il contributo altrui, la cantante è riuscita a pausinizzare gli sforzi dei coraggiosi compositori: è inevitabile passare da un urlo a un sussurro, senza una via di mezzo manco a pagarla. Già aveva distrutto dei classici della musica italiana in Io Canto, ora per sicurezza ha preferito non lasciarci ascoltare l’originale.
È davvero un’impresa ardua, forse insensata, cercare il perché di questo album: la Pausini fa un sold out dopo l’altro, forse proseguire con i concerti sarebbe stata la scelta giusta. Almeno non avremmo corso il rischio di trovarcela in radio.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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