Niente Islam, solo assassini di libertà

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Urlare che «siamo in guerra» non significa niente: ammesso e non concesso che questa affermazione sia vera, si tratterebbe di una guerra diversa da tutte le precedenti. Si tratta di uno scontro fra l’Occidente e se stesso: abbiamo già visto a gennaio, con la strage a Charlie Hebdo, che i «nemici» sono uguali a noi: non è la religione il discriminante, ma la follia. E come si può sapere a priori chi sarà così folle da compiere un attentato? Ci sono i servizi segreti che però venerdì sera hanno dimostrato di non essere certo infallibili. È triste da dirsi ma l’unica cosa da fare a questo punto è non partecipare al gioco perverso dei terroristi.
Gli attentati compiuti da uomini della porta accanto difficilmente non insinuano in noi il seme del dubbio: di chi possiamo fidarci? «Non certo degli islamici», direbbe qualcuno. Ed ecco scattare il meccanismo diabolico che è ciò che il terrorismo vuole. L’insicurezza, la sensazione charliedi precarietà, il terrore appunto sono i componenti di questo gioco al massacro e portano inevitabilmente alla morte di quella libertà che ci siamo faticosamente guadagnati.
Non è contro l’islam che dobbiamo lottare ma contro questi assassini di libertà: quasi 130 persone sono morte venerdì e la loro unica colpa era vivere in uno Stato libero. Vogliamo dare la vittoria ai terroristi a tavolino? Vogliamo davvero arrenderci a gente che crede di trovarsi delle vergini a propria disposizione perché è morto uccidendo in nome di Dio? O vogliamo forse ripudiare quei diritti solo perché rischiamo di morire per loro?

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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